Il nuovo indicatore per misurare il ritorno economico dell’export agroalimentare sulla produzione agricola italiana
Il successo dell’export è un successo dell’intera filiera
L’Italia dispone di una delle filiere agroalimentari più riconoscibili e competitive al mondo.
Il valore del sistema agroalimentare, considerando l’ampiezza dell’intera filiera e le diverse attività economiche collegate, viene comunemente rappresentato nell’ordine di centinaia di miliardi di euro, fino a valori prossimi ai 700 miliardi nelle più ampie definizioni di sistema.
È tuttavia necessario fare attenzione alle definizioni.
Le statistiche ufficiali di contabilità nazionale non considerano i 700 miliardi come un unico aggregato di produzione agroalimentare direttamente confrontabile con il valore dell’export.
ISTAT rileva invece che nel 2025 il settore agroalimentare, considerando agricoltura, silvicoltura, pesca e industria alimentare, ha generato circa 89 miliardi di euro di valore aggiunto, mentre il comparto agricolo in senso stretto ha prodotto 75,2 miliardi di euro di valore della produzione e 43,1 miliardi di euro di valore aggiunto agricolo.
Queste grandezze sono diverse e non possono essere semplicemente sommate o confrontate come se fossero equivalenti.
Ma il dato dell’export rimane straordinariamente significativo:
72,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari nel 2025.
Il punto è capire quanta parte di questo valore abbia origine economica nella produzione agricola italiana e quanta parte remuneri effettivamente il produttore primario.
Non esisterebbe il Made in Italy agroalimentare senza l’agricoltura italiana
Esiste un elemento che rischia talvolta di rimanere sullo sfondo del dibattito.
Non esisterebbe il Made in Italy agroalimentare senza l’agricoltura italiana.
Non esisterebbero i grandi vini italiani senza i vigneti.
Non esisterebbero gli oli extravergine di oliva senza gli oliveti.
Non esisterebbero i formaggi DOP senza gli allevamenti.
Non esisterebbe la pasta italiana senza il grano duro.
Non esisterebbe il risotto senza il riso.
Non esisterebbero le conserve senza l’orticoltura.
Non esisterebbero molti dei prodotti simbolo dell’Italian food senza la disponibilità di materie prime agricole di qualità.
L’agricoltura costituisce quindi il capitale originario della filiera agroalimentare.
È nei campi, nelle serre, nei frutteti, nei vigneti, negli oliveti e negli allevamenti che nasce la materia prima sulla quale vengono successivamente costruiti trasformazione, branding, distribuzione, esportazione e valore.
L’agricoltura non è semplicemente il primo anello della filiera.
È il patrimonio produttivo originario sul quale tutta la filiera costruisce il proprio valore.
Anche la Cucina italiana nasce dalla produzione agricola
Questa relazione tra agricoltura, cultura e valore economico è diventata ancora più evidente con il riconoscimento UNESCO del 2025.
L’UNESCO ha infatti iscritto nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità l’elemento “Italian cooking, between sustainability and biocultural diversity”, riconoscendo il valore culturale delle pratiche culinarie italiane e il loro rapporto con materie prime, saperi, tradizioni e comunità.
Non si tratta semplicemente del riconoscimento di singoli piatti o prodotti.
La stessa UNESCO sottolinea il legame della cucina italiana con l’uso delle materie prime e le tecniche tradizionali di preparazione, nonché con la trasmissione di conoscenze e pratiche tra generazioni.
Questo riconoscimento rappresenta quindi anche una straordinaria opportunità economica e reputazionale per il sistema agroalimentare.
Ma rafforza contemporaneamente una considerazione:
la reputazione internazionale della cucina italiana non può prescindere dalla qualità delle materie prime agricole che ne costituiscono la base.
Il valore dell’export non coincide con il reddito dell’agricoltore
Qui si trova il nodo centrale.
I 72,4 miliardi di euro di export agroalimentare non sono 72,4 miliardi di euro di reddito agricolo.
All’interno del valore di un prodotto esportato sono presenti numerose componenti.
Pensiamo, ad esempio, a una bottiglia di olio extravergine di oliva.
Il prezzo finale può incorporare:
- materia prima agricola;
- trasformazione;
- lavorazione;
- confezionamento;
- packaging;
- certificazioni;
- logistica;
- trasporto;
- marketing;
- distribuzione;
- servizi commerciali;
- costi finanziari;
- margini degli operatori.
Il prezzo finale pagato dal mercato internazionale non coincide quindi con il prezzo riconosciuto all’agricoltore e, ancora meno, con il suo reddito.
La distinzione tra prezzo alla produzione e valore nelle fasi successive della filiera è del resto fondamentale anche nella costruzione delle statistiche agroalimentari internazionali.
La domanda che oggi non trova una risposta precisa
Le statistiche ufficiali misurano il valore delle esportazioni.
Misurano la produzione agricola.
Misurano il valore aggiunto dell’agricoltura.
Misurano la produzione e il valore aggiunto dell’industria alimentare.
Ma manca un indicatore sintetico capace di rispondere con immediatezza a una domanda:
Quanto della ricchezza generata dall’export agroalimentare ritorna direttamente alla produzione agricola nazionale?
È questa la lacuna che il CRAE intende contribuire a colmare.
Il CRAE: Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export
Propongo quindi di introdurre il:
CRAE – Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export
Il CRAE può essere definito, nella sua prima formulazione, come:
la quota percentuale del valore complessivo delle esportazioni agroalimentari riconducibile direttamente alla remunerazione della produzione agricola nazionale.
Una prima ipotesi di lavoro
È importante essere rigorosi.
Il CRAE non è oggi un indicatore statistico ufficiale.
La sua costruzione deve essere ancora definita attraverso una metodologia scientifica, condivisa e verificabile.
Non sarebbe quindi corretto presentare come dato certo una percentuale che oggi non è disponibile nelle statistiche ufficiali.
Il CRAE, quindi, dovrebbe avere due livelli di lettura.
Primo livello: effetto dell’incremento dell’export sul reddito agricolo.
Misura quanto dell’aumento dell’export si traduce in maggiore reddito agricolo.
Secondo livello: redditività relativa della produzione destinata all’export.
Qui dobbiamo confrontare due produzioni comparabili:
Questo secondo indicatore risponde alla domanda:
«Un ettaro, un quintale o una tonnellata destinata all’export produce più o meno reddito agricolo rispetto alla stessa produzione venduta sul mercato interno?»
Il CRAE nasce quindi da una domanda diversa da quella normalmente utilizzata per valutare l’internazionalizzazione.
Non soltanto:
“Quanto esportiamo?”
Ma:
“Quanto dell’incremento dell’export si trasforma in maggiore reddito per la produzione agricola primaria?”
Questa distinzione è fondamentale.
Immaginiamo che l’export agroalimentare italiano passi da 72 a 80 miliardi di euro.
L’incremento è di:
+8 miliardi di euro.
Ma immaginiamo due situazioni.
Nel primo caso il reddito della produzione agricola aumenta di 3 miliardi.
Nel secondo aumenta soltanto di 500 milioni.
L’export è cresciuto esattamente nella stessa misura, ma l’effetto economico sull’agricoltura è radicalmente diverso.
È questa differenza che il CRAE vuole rendere visibile.
Il CRAE deve essere diverso da un semplice rapporto contabile
Per rendere il CRAE realmente utile come indicatore macroeconomico, occorre evitare una semplificazione.
Non basta prendere il valore dell’export e attribuirne una percentuale arbitraria all’agricoltura.
La metodologia dovrà ricostruire, per quanto possibile, il valore della materia prima agricola nazionale incorporata nei prodotti esportati.
Questo richiede di considerare:
- origine nazionale o estera della materia prima;
- quantità di materia prima incorporata;
- prezzi alla produzione;
- trasformazione industriale;
- consumi intermedi;
- costi di lavorazione;
- costi logistici;
- valore aggiunto;
- margini delle diverse fasi;
- composizione dell’export;
- differenze tra prodotti freschi e trasformati.
Il CRAE dovrà quindi essere costruito dal basso, attraverso l’analisi delle filiere, e non semplicemente applicato dall’alto come una percentuale uniforme.
Un pomodoro fresco e una bottiglia di salsa non hanno lo stesso CRAE
Questa considerazione è fondamentale.
Immaginiamo due prodotti.
Il primo è un prodotto agricolo fresco esportato direttamente.
Il secondo è un prodotto alimentare altamente trasformato.
Nel primo caso, il peso economico della materia prima agricola sul valore finale può essere molto elevato.
Nel secondo caso, il valore finale incorpora una quantità molto maggiore di trasformazione, energia, packaging, lavoro industriale, marketing, distribuzione e servizi.
Non può quindi esistere un unico CRAE identico per tutte le filiere.
È più realistico pensare a:
- CRAE dell’ortofrutta;
- CRAE del vino;
- CRAE dell’olio;
- CRAE dei cereali trasformati;
- CRAE dei prodotti lattiero-caseari;
- CRAE delle carni;
- CRAE dei prodotti dolciari;
- CRAE delle conserve.
La media nazionale sarebbe il risultato della composizione effettiva dell’export.
Il CRAE come indicatore della trasmissione del valore
A questo punto il CRAE può essere letto attraverso tre dimensioni complementari:
CRAE – Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export
Misura quanta parte del valore dell’export è direttamente riconducibile alla remunerazione della produzione agricola nazionale.
CRAE-R – Redditività relativa dell’Export
Misura se la produzione destinata all’export è più o meno redditizia rispetto alla stessa produzione destinata al mercato interno.
CRAE-D – Dinamica del Reddito Agricolo
Misura quanto dell’incremento dell’export si traduce in incremento del reddito agricolo.
In questo modo il CRAE diventa non un semplice numero, ma un sistema di misurazione della trasmissione del valore dall’economia internazionale alla produzione primaria.
Il problema non è contrapporre agricoltura e industria
È importante chiarire un punto.
L’obiettivo del CRAE non è creare una contrapposizione tra agricoltura e industria alimentare.
Sarebbe economicamente sbagliato.
L’industria alimentare italiana costituisce un patrimonio fondamentale del Paese.
Lo stesso vale per la distribuzione, la logistica, i trasporti, i servizi, il packaging, il marketing e tutte le attività che rendono possibile la presenza dei prodotti italiani sui mercati internazionali.
Il valore viene creato lungo tutta la filiera.
Il problema economico è un altro:
la distribuzione di questo valore deve consentire la sostenibilità economica di ogni anello della filiera, compresa la produzione primaria.
Un’agricoltura economicamente fragile indebolisce tutta la filiera
L’agricoltura non è un fornitore qualsiasi.
È la base produttiva della filiera.
Se la redditività agricola rimane troppo bassa, diminuiscono progressivamente:
- investimenti;
- innovazione;
- capacità di adottare nuove tecnologie;
- attrattività per i giovani;
- ricambio generazionale;
- capitale umano;
- capacità di affrontare la transizione ambientale;
- capacità produttiva.
Nel lungo periodo il rischio è quello di ridurre proprio la disponibilità delle materie prime nazionali che rendono possibile il successo del Made in Italy.
Una filiera agroalimentare forte ha quindi bisogno di un’agricoltura economicamente forte.
Il CRAE come indicatore di politica economica
Questa impostazione può assumere una rilevanza che va oltre la semplice analisi statistica.
Il CRAE potrebbe diventare uno strumento per valutare:
- politiche di internazionalizzazione;
- accordi commerciali;
- strategie di promozione;
- investimenti logistici;
- politiche di filiera;
- strumenti finanziari;
- interventi per l’aggregazione dell’offerta;
- politiche di valorizzazione del Made in Italy.
Supponiamo che una politica pubblica determini un aumento dell’export di 2 miliardi di euro.
Oggi potremmo fermarci al risultato:
+2 miliardi di export.
Con il CRAE potremmo aggiungere:
quanto di quei 2 miliardi è diventato reddito aggiuntivo per l’agricoltura?
Questa seconda informazione potrebbe modificare radicalmente la valutazione dell’efficacia di una politica.
Dalla quantità dell’export alla qualità economica dell’export
Per troppo tempo abbiamo considerato l’incremento delle esportazioni come il principale parametro del successo dell’internazionalizzazione.
È certamente importante.
Ma non è sufficiente.
Una crescita dell’export è economicamente virtuosa quando produce anche maggiore valore aggiunto e maggiore redditività per la base produttiva.
Per questo il vero obiettivo dovrebbe essere:
più export + più valore aggiunto + più reddito agricolo = vera crescita della filiera.
Se invece otteniamo:
più export + maggiore fatturato della filiera + reddito agricolo stagnante,
dobbiamo capire perché la crescita internazionale non si trasmette adeguatamente alla produzione primaria.
La proposta: misurare annualmente il CRAE
Il passo successivo potrebbe essere quello di costruire una metodologia ufficiale affidando la ricerca e la validazione del modello a soggetti dotati delle competenze statistiche ed economiche necessarie, come ISTAT, ISMEA e CREA, eventualmente con il coinvolgimento delle università e delle organizzazioni della filiera.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di produrre ogni anno, insieme ai dati sull’export agroalimentare, anche:
CRAE nazionale
CRAE per filiera
CRAE per prodotto
CRAE per mercato di destinazione
CRAE dinamico
CRAE relativo export/mercato interno
Si potrebbe così costruire una vera mappa della creazione e della distribuzione del valore agricolo generato dall’internazionalizzazione.
Il CRAE potrebbe diventare un indicatore di sostenibilità economica
La sostenibilità di un sistema agricolo non è soltanto ambientale.
È anche economica.
Un’impresa agricola deve poter remunerare il capitale, il lavoro e il rischio imprenditoriale.
Deve poter investire.
Deve poter innovare.
Deve poter affrontare i costi della transizione energetica e ambientale.
Deve poter attrarre giovani imprenditori.
Per questo la sostenibilità economica della produzione primaria è una condizione della sostenibilità complessiva della filiera agroalimentare.
Il CRAE potrebbe quindi diventare anche un indicatore della capacità dell’internazionalizzazione di sostenere nel tempo la base produttiva nazionale.
La vera domanda non è quanto esportiamo
I 72,4 miliardi di euro di export agroalimentare rappresentano un grande successo.
Ma il vero interrogativo che dovrebbe accompagnare questo risultato è un altro.
Quanto di questi 72,4 miliardi ritorna alla produzione agricola italiana?
E ancora:
Quando l’export cresce, il reddito degli agricoltori cresce nella stessa misura?
E infine:
Produrre per l’estero è realmente più redditizio che produrre per il mercato interno?
Sono tre domande diverse.
Il CRAE nasce per provare a dare una risposta a tutte e tre.
Conclusione
Il raggiungimento dei 72,4 miliardi di euro di export agroalimentare nel 2025 è un risultato straordinario del Sistema Italia.
È il risultato del lavoro degli agricoltori, dell’industria, della distribuzione, della logistica, dei servizi e delle istituzioni.
È il risultato di una filiera che ha saputo trasformare qualità produttiva, cultura, identità e capacità imprenditoriale in reputazione internazionale e valore economico.
Ma proprio per questo dobbiamo porci una domanda nuova.
Quanto di quel valore ritorna a chi produce la materia prima?
Il CRAE – Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export nasce da questa domanda.
Non vuole contrapporre agricoltura e industria.
Non vuole mettere in discussione il valore creato dalle diverse componenti della filiera.
Vuole semplicemente introdurre una nuova prospettiva:
misurare quanto dell’enorme valore generato dall’internazionalizzazione ritorna alla produzione agricola che costituisce la base originaria del sistema.
Il valore del 14%, proposto in questo documento come ipotesi di lavoro, non deve essere considerato un risultato acquisito. Deve essere verificato, corretto e affinato attraverso una metodologia statistica rigorosa.
Ed è proprio questo il valore della proposta.
Non creare un altro numero, ma cercare di misurare una realtà economica che oggi non siamo ancora in grado di leggere con sufficiente precisione.
Perché il successo del Made in Italy non si misura soltanto dalla capacità di vendere nel mondo.
Si misura anche dalla capacità di trasformare quella domanda internazionale in reddito, investimenti, innovazione e futuro per le imprese agricole italiane.
Il vero obiettivo, quindi, non dovrebbe essere soltanto:
più export.
Dovrebbe essere:
più export, più valore e più reddito per chi produce.
Perché un’agricoltura competitiva non è soltanto quella che contribuisce a far crescere l’export agroalimentare italiano. È quella che riesce a beneficiare della crescita dell’export e a trasformarla in nuova capacità produttiva.
È da questa prospettiva che il CRAE può diventare un nuovo indicatore della qualità economica dell’internazionalizzazione agroalimentare italiana.