
Il primato del valore aggiunto agroalimentare italiano e la debolezza strutturale del settore primario
Una lettura prospettica per una nuova politica del valore nella filiera agroalimentare
Premessa
Il valore aggiunto rappresenta, nella contabilità economica, la ricchezza generata da un’attività produttiva, misurata come differenza tra il valore della produzione e il costo dei consumi intermedi.
È importante partire da questa definizione perché consente di distinguere due dimensioni che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposte: da una parte la capacità del sistema agroalimentare italiano di generare ricchezza; dall’altra la capacità della singola impresa agricola di trattenere una quota adeguata di quella ricchezza.
Sono due grandezze diverse, ma strettamente collegate.
Il valore aggiunto misura infatti la ricchezza prodotta dal sistema. Non dice, da solo, come questa ricchezza venga successivamente distribuita tra i diversi soggetti che partecipano alla filiera, né quale parte rimanga all’impresa agricola dopo avere remunerato il lavoro, il capitale e gli investimenti necessari alla produzione.
Questa distinzione è essenziale per comprendere una delle principali contraddizioni dell’agroalimentare italiano: un sistema che occupa una posizione di assoluto rilievo in Europa per capacità di generare valore e, contemporaneamente, una base produttiva agricola che continua a manifestare significative difficoltà sul piano della redditività.
Il primato italiano nella creazione di valore
I dati più recenti restituiscono l’immagine di un’agricoltura italiana che mantiene una posizione di leadership nel contesto europeo.
Nel 2025 il valore aggiunto agricolo italiano raggiunge 42,5 miliardi di euro, pari al 16,9% del totale dell’Unione europea a 27 Stati membri. L’Italia precede Spagna, Francia e Germania e conferma così una posizione di rilievo che non può essere considerata il risultato di una particolare congiuntura, ma deve essere letta alla luce della struttura complessiva del nostro sistema agroalimentare.
Considerando anche silvicoltura e pesca, il valore sale a 46,6 miliardi di euro. A questo si aggiunge il contributo dell’industria alimentare, che nel 2025 raggiunge circa 42,3 miliardi di euro di valore aggiunto. Il risultato è un sistema nel quale la sola integrazione tra agricoltura e industria alimentare genera complessivamente circa 89 miliardi di euro di valore aggiunto, con un’incidenza significativa sull’economia nazionale.
Se poi si amplia lo sguardo alle attività che accompagnano il prodotto lungo il suo percorso verso il consumatore, dalla logistica alla distribuzione fino alla ristorazione, il peso economico complessivo della filiera agroalimentare assume una dimensione ancora maggiore.
Anche il valore aggiunto per addetto conferma la capacità competitiva del sistema italiano, mentre l’andamento dell’export agroalimentare testimonia la crescente forza internazionale del Made in Italy. Nel 2025 le esportazioni hanno superato i 72 miliardi di euro, consolidando una traiettoria di crescita che ha progressivamente ridotto il tradizionale squilibrio della bilancia commerciale agroalimentare italiana.
Sono risultati importanti, che sarebbe sbagliato sottovalutare.
L’Italia dispone di un sistema agroalimentare capace di generare ricchezza, occupazione, valore territoriale e capacità esportativa. Questo primato deve essere riconosciuto e valorizzato anche nelle sedi europee, perché rappresenta una delle principali risorse competitive del Paese.
Ma proprio questo primato impone una domanda ulteriore: dove si forma il valore e, soprattutto, dove si ferma?
La questione decisiva: la distribuzione del valore
È nella risposta a questa domanda che emerge la principale fragilità strutturale del sistema.
Quando si passa dall’analisi aggregata alla scomposizione della filiera, il quadro cambia significativamente. Le analisi ISMEA sulla catena del valore mostrano come la quota di utile netto che rimane alla fase agricola sia sensibilmente inferiore rispetto a quella che viene generata nelle fasi successive della filiera.
Nel caso dei prodotti agricoli freschi, a fronte di 100 euro spesi dal consumatore, alla fase agricola rimangono mediamente circa 6-7 euro di utile netto, mentre commercio e trasporto ne assorbono una quota significativamente maggiore.
Nel caso dei prodotti trasformati, la posizione relativa dell’agricoltura diventa ancora più fragile. L’inserimento della fase industriale e l’allungamento della catena del valore riducono ulteriormente la quota riconducibile all’impresa agricola, che può scendere sotto i 2 euro.
Il fenomeno assume particolare evidenza in alcune filiere emblematiche dell’agroalimentare italiano. Nel grano duro, per esempio, le analisi economiche hanno evidenziato in diversi periodi come i costi di produzione abbiano superato i prezzi riconosciuti alla produzione, rendendo determinante, per la sostenibilità economica dell’impresa, il ricorso al sostegno della PAC e agli interventi nazionali. Una dinamica analoga, seppure con caratteristiche differenti, interessa la fase dell’allevamento nella filiera bovina.
Questi dati non dimostrano che il sistema agroalimentare italiano produca poco valore. Dimostrano qualcosa di diverso e, sotto il profilo della politica economica, forse ancora più importante: la ricchezza prodotta dalla filiera non viene distribuita in modo proporzionale lungo la catena del valore.
È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi una nuova riflessione istituzionale.
Un paradosso che non può essere ignorato
Da una parte abbiamo un’agricoltura che genera il più alto valore aggiunto agricolo dell’Unione europea e alimenta una delle filiere agroalimentari più riconoscibili e competitive al mondo.
Dall’altra abbiamo imprese agricole che, in numerosi comparti, faticano a trasformare questo primato collettivo in una redditività adeguata.
Non c’è, in realtà, alcuna contraddizione.
Il primato del valore aggiunto è una misura della capacità complessiva del sistema di generare ricchezza. La redditività dell’impresa agricola misura invece quanto di quella ricchezza viene effettivamente trattenuto a monte, dopo avere sostenuto i costi necessari alla produzione e remunerato i fattori produttivi.
Sono due livelli differenti della stessa economia.
Ed è proprio la distanza tra questi due livelli che dovrebbe diventare uno degli oggetti principali della politica agricola ed economica italiana.
L’Italia ha costruito nel tempo una filiera agroalimentare straordinariamente articolata, fondata sulla qualità delle produzioni, sulla trasformazione industriale, sulla capacità commerciale, sulle denominazioni d’origine e sulla forza dei propri territori. Il patrimonio delle produzioni DOP e IGP, che comprende quasi 900 riconoscimenti e genera oltre 20 miliardi di euro di valore alla produzione, rappresenta una delle espressioni più evidenti di questa capacità.
Ma la forza della filiera nel suo complesso non può diventare un alibi per non affrontare la debolezza della sua componente primaria.
Al contrario, proprio perché l’Italia è riuscita a costruire una filiera capace di creare tanto valore, deve oggi interrogarsi sulla capacità di distribuire questo valore in modo più equilibrato.
Dalla creazione alla distribuzione del valore
Il problema dell’agricoltura italiana non è quindi, in primo luogo, un problema di capacità di generare valore.
È un problema di capacità di trattenere valore.
Questa differenza dovrebbe entrare stabilmente nel linguaggio delle politiche agricole e della rappresentanza istituzionale.
La frammentazione dell’offerta agricola, la diversa concentrazione dei soggetti presenti nelle varie fasi della filiera, l’elevata rigidità di alcuni costi intermedi e la volatilità dei prezzi agricoli determinano una situazione nella quale l’impresa agricola si trova spesso nella posizione più esposta.
Quando aumentano i costi dell’energia, dei fertilizzanti o dei mangimi, l’impresa agricola non dispone necessariamente della stessa capacità di trasferire l’aumento lungo la filiera. Quando i prezzi alla produzione diminuiscono, la riduzione può invece scaricarsi rapidamente sulla fase primaria.
L’agricoltura finisce così per svolgere, in molte circostanze, la funzione di variabile di aggiustamento della filiera. È questo meccanismo che deve essere progressivamente superato.
Non è sufficiente che il sistema agroalimentare italiano produca più valore. È necessario che una quota maggiore di quel valore contribuisca alla sostenibilità economica delle imprese che rendono possibile l’intera filiera.
La questione, dunque, non è quella di contrapporre agricoltura, industria, commercio e distribuzione. Una filiera competitiva ha bisogno di tutti questi soggetti.
La questione è costruire un equilibrio economico più sostenibile tra le diverse fasi.
Una nuova politica della catena del valore
Questa prospettiva dovrebbe portare a un’evoluzione della politica agricola italiana.
La trasparenza nella formazione del prezzo e nella distribuzione del valore lungo le filiere deve diventare una componente strutturale del processo decisionale. Gli strumenti di analisi sviluppati da ISMEA possono rappresentare una base importante, ma il loro ruolo dovrebbe essere ulteriormente rafforzato, trasformandoli da strumenti prevalentemente conoscitivi in riferimenti permanenti per la politica economica e per la contrattazione di filiera.
Conoscere come si distribuisce un euro pagato dal consumatore è importante. Ma ancora più importante è utilizzare questa conoscenza per comprendere dove si determinano gli squilibri e quali strumenti possono correggerli.
In questo quadro assume particolare rilievo l’effettiva applicazione delle norme europee sulle pratiche commerciali sleali. La tutela dell’impresa agricola non può rimanere affidata soltanto alla capacità negoziale individuale, soprattutto in presenza di filiere caratterizzate da una forte asimmetria nella dimensione economica e nel potere contrattuale dei diversi soggetti.
Allo stesso tempo, occorre accelerare il processo di aggregazione dell’offerta agricola. Le esperienze delle Organizzazioni di Produttori e della cooperazione dimostrano che una maggiore concentrazione dell’offerta può aumentare la capacità contrattuale degli agricoltori e consentire loro di partecipare più efficacemente alla creazione di valore.
La dimensione dell’impresa agricola resta importante, ma altrettanto importante è la sua capacità di presentarsi sul mercato come parte di una struttura organizzata.
Per questo la cooperazione non dovrebbe essere considerata semplicemente uno strumento tradizionale dell’agricoltura italiana. Deve essere interpretata come uno strumento moderno di politica industriale applicata alla filiera agroalimentare.
Il contratto come strumento di equilibrio
Un altro elemento decisivo riguarda la relazione contrattuale tra le diverse fasi della filiera.
In un contesto caratterizzato da crescente volatilità dei mercati, non è più sufficiente costruire rapporti commerciali fondati esclusivamente sul prezzo del momento. La sostenibilità della produzione richiede una maggiore capacità di collegare i prezzi riconosciuti agli agricoltori all’evoluzione dei costi effettivamente sostenuti.
L’indicizzazione dei contratti ai costi di produzione, dove economicamente e tecnicamente possibile, può rappresentare uno degli strumenti attraverso i quali rendere più equilibrati i rapporti di filiera.
L’obiettivo non è sottrarre il mercato alle sue dinamiche, ma evitare che la volatilità venga scaricata sistematicamente sulla fase che dispone della minore capacità contrattuale.
Una filiera stabile non è quella nella quale un soggetto riesce a trasferire il rischio sugli altri.
È quella nella quale il rischio viene distribuito in modo economicamente sostenibile tra tutti i soggetti che partecipano alla creazione del valore.
Il valore dell’export e il valore per l’agricoltura
La crescente forza dell’export agroalimentare italiano offre un ulteriore elemento di riflessione.
Il superamento dei 72 miliardi di euro di esportazioni rappresenta un risultato di grande rilievo per il sistema Paese. Ma anche in questo caso il valore dell’export non può essere considerato sufficiente a descrivere il beneficio che ricade sulla fase agricola.
Un prodotto italiano può avere un grande successo sui mercati internazionali e, contemporaneamente, lasciare alla materia prima agricola una quota limitata del valore finale.
Per questa ragione sarebbe utile affiancare agli indicatori tradizionali dell’interscambio commerciale un nuovo parametro capace di misurare il ritorno agricolo dell’export. (CRAE)
Non basta sapere quanto esportiamo.
Dovremmo essere in grado di comprendere quanto della ricchezza generata dalle esportazioni ritorni effettivamente alla fase primaria.
Sarebbe un indicatore particolarmente utile anche per valutare l’efficacia delle politiche di promozione internazionale e per orientare le strategie di filiera.
Perché un sistema agroalimentare realmente competitivo non è quello che semplicemente esporta di più.
È quello che, aumentando l’export, aumenta anche la capacità delle imprese agricole di creare e trattenere valore.
Una questione che riguarda l’intero sistema Paese
La distribuzione del valore nella filiera agroalimentare non è quindi una questione che riguarda esclusivamente gli agricoltori.
Riguarda la competitività complessiva dell’Italia.
Un’agricoltura che non riesce a remunerare adeguatamente il capitale e il lavoro necessari alla produzione è un’agricoltura che, nel medio periodo, riduce la propria capacità di investire, innovare e trasferire l’attività alle nuove generazioni.
La conseguenza non riguarda soltanto il reddito agricolo.
Riguarda la capacità produttiva futura del Paese, la sicurezza degli approvvigionamenti, la manutenzione del territorio, la tenuta delle aree rurali e la competitività dell’intera filiera agroalimentare.
È questo il motivo per cui la questione della redditività agricola deve essere sottratta a una lettura puramente settoriale.
Difendere la capacità dell’agricoltura di creare reddito significa difendere una parte della capacità produttiva nazionale.
E significa, soprattutto, evitare che il successo delle fasi a valle finisca per indebolire nel tempo la base produttiva sulla quale quel successo è costruito.
Conclusione
Dal primato del valore al primato della sua distribuzione
Il primato europeo dell’agroalimentare italiano per valore aggiunto è un risultato concreto, importante e che deve essere rivendicato.
Ma proprio perché questo primato esiste, non possiamo fermarci alla sua celebrazione.
Il vero tema della prossima fase deve essere quello di capire come trasformare la capacità italiana di generare valore in una maggiore capacità di distribuirlo lungo la filiera e, soprattutto, di remunerare adeguatamente chi produce la materia prima.
Non abbiamo bisogno di contrapporre il primario all’industria alimentare, la produzione alla distribuzione, l’agricoltura al resto della filiera.
Abbiamo bisogno di una filiera nella quale la crescita di un segmento non avvenga a scapito della sostenibilità economica degli altri.
La forza dell’agroalimentare italiano dipende infatti dalla forza di tutte le sue componenti. E la prima di queste è l’agricoltura.
Per questo il prossimo salto di qualità della politica agricola non dovrebbe essere misurato soltanto dalla capacità di aumentare la produzione o l’export, ma dalla capacità di aumentare il valore che rimane all’impresa agricola.
È questa la vera sfida.
L’Italia ha già dimostrato di saper creare valore.
Ora deve dimostrare di saperlo distribuire meglio.
Perché il primato dell’agroalimentare italiano sarà realmente solido soltanto quando alla leadership nella creazione del valore corrisponderà una maggiore forza economica delle imprese agricole che quel valore contribuiscono, per prime, a generare.