Export Made In Italy Agroalimentare a 70 Miliardi. Ma Ci Vuole il Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export (CRAE): una proposta per misurare il valore che torna alla produzione primaria

Il raggiungimento della soglia dei 72 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari rappresenta uno dei più importanti successi economici dell’Italia degli ultimi anni. L’agroalimentare si conferma uno dei principali motori della crescita nazionale, contribuendo in misura significativa alla bilancia commerciale, alla competitività del sistema produttivo e alla proiezione internazionale del nostro Paese.

È un risultato che appartiene all’intero Sistema Italia.

Alla sua costruzione hanno concorso gli agricoltori, l’industria alimentare, il sistema della distribuzione, la logistica, i servizi, le organizzazioni imprenditoriali e l’azione delle istituzioni. Il Ministero dell’Agricoltura, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ICE, SACE, SIMEST, CDP, Ismea, la rete diplomatica e il sistema camerale hanno accompagnato negli anni il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane, contribuendo a consolidare la presenza del Made in Italy sui mercati mondiali.

Anche il riconoscimento della Cucina italiana quale patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO costituisce un ulteriore fattore di valorizzazione del nostro agroalimentare, destinato ad accrescere ulteriormente la reputazione internazionale delle produzioni italiane.

Tutto ciò merita di essere riconosciuto.

Esiste tuttavia un elemento che rischia di rimanere sullo sfondo del dibattito pubblico.

Non esisterebbe il Made in Italy agroalimentare senza l’agricoltura italiana.

Non esisterebbero i grandi vini italiani senza i vigneti. Non esisterebbero gli oli extravergine di oliva senza gli oliveti. Non esisterebbero i formaggi DOP senza gli allevamenti, né la pasta italiana senza il grano duro, nè il risotto senza il riso italiano, né le conserve senza l’orticoltura italiana.

Allo stesso modo, la Cucina italiana non avrebbe potuto essere riconosciuta patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO senza l’eccellenza delle materie prime agricole che ne costituiscono l’identità.

L’intera filiera agroalimentare trova infatti la propria origine nella produzione primaria. È nei campi, nelle serre, nei frutteti, nei vigneti, negli oliveti e negli allevamenti che nasce quel patrimonio di qualità che viene successivamente trasformato, valorizzato e commercializzato in tutto il mondo.

L’agricoltura non rappresenta semplicemente il primo anello della filiera.

Ne costituisce il capitale originario.

È proprio questa considerazione che porta a porsi una domanda tanto semplice quanto strategica.

Dei 72 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari, quale quota remunera effettivamente gli agricoltori che producono la materia prima?

Sorprendentemente, oggi nessuno è in grado di rispondere con precisione.

Le statistiche ufficiali misurano il valore dell’export, il valore aggiunto dell’agricoltura, la produzione dell’industria alimentare e i consumi finali. Mancano però strumenti capaci di misurare quanto della ricchezza generata dall’export ritorni realmente alle imprese agricole.

Eppure questo dato potrebbe rappresentare uno degli indicatori più significativi della sostenibilità economica dell’intero sistema agroalimentare.

Il valore delle esportazioni non coincide infatti con il valore della produzione agricola.

Ogni prodotto esportato incorpora il contributo economico di una pluralità di soggetti: imprese agricole, industria di trasformazione, logistica, confezionamento, trasporti, distribuzione commerciale, marketing, ricerca, innovazione e servizi.

Ciascuna di queste attività crea valore aggiunto e rappresenta una componente indispensabile della competitività del Made in Italy.

Il punto, dunque, non è mettere in discussione il ruolo dell’industria alimentare o della distribuzione.

Il punto è comprendere se il valore generato dall’intera filiera venga distribuito in modo tale da garantire anche la sostenibilità economica della produzione primaria.

Per questo motivo potrebbe essere utile introdurre un nuovo indicatore economico: il Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export (CRAE).

Il CRAE può essere definito come la quota percentuale del valore complessivo delle esportazioni agroalimentari che remunera direttamente la produzione agricola nazionale.

Non si tratta di un indicatore oggi esistente nelle statistiche ufficiali, bensì di una proposta metodologica finalizzata a misurare una dimensione economica finora trascurata.

Le informazioni disponibili consentono tuttavia di elaborare una prima stima.

L’analisi delle filiere agroalimentari, la struttura dei Conti Economici dell’Agricoltura e la composizione delle esportazioni italiane mostrano come la parte prevalente del valore economico venga generata nelle fasi successive alla produzione agricola, soprattutto nei comparti caratterizzati da un’elevata trasformazione industriale.

Considerato che la maggior parte dell’export italiano è costituita da vino, pasta, formaggi, salumi, conserve, olio confezionato, prodotti dolciari e altre produzioni ad elevato valore aggiunto, appare ragionevole collocare il CRAE in un intervallo prudenziale compreso tra il 10 e il 18 per cento, assumendo come valore medio di riferimento il 14 per cento.

Applicando tale metodologia al valore complessivo dell’export si ottiene una stima indicativa.

Su 72 miliardi di euro di esportazioni, il ritorno economico diretto riconducibile alla produzione agricola risulterebbe pari a circa 10 miliardi di euro, con una variabilità compresa tra 7,2 miliardi nello scenario più prudenziale e 13 miliardi nello scenario superiore.

Ciò significa che, mediamente, ogni 100 euro di prodotti agroalimentari italiani esportati nel mondo generano circa 14 euro di valore diretto per la produzione agricola, mentre gli altri 86 euro vengono creati lungo le successive fasi della filiera.

Naturalmente tali valori rappresentano una media nazionale. Nelle produzioni fresche il peso della materia prima agricola è significativamente superiore, mentre nelle filiere caratterizzate da una maggiore trasformazione industriale esso tende a ridursi.

Questa analisi non mette in discussione il valore economico creato dall’industria alimentare italiana, dalla logistica o dalla distribuzione, che costituiscono eccellenze riconosciute a livello internazionale.

Al contrario, evidenzia la natura profondamente integrata della filiera agroalimentare italiana.

Proprio per questo motivo, il rafforzamento della produzione primaria rappresenta un interesse comune dell’intero sistema.

Un’agricoltura economicamente solida investe maggiormente in innovazione, in capitale umano, ricerca, sostenibilità ambientale, digitalizzazione, ricambio generazionale e qualità delle produzioni.

Un’agricoltura economicamente fragile, al contrario, riduce progressivamente la propria capacità di investimento, rinvia il rinnovamento aziendale, paga meno i propri dipendenti, abbandona le produzioni meno remunerative e diventa meno competitiva.

Nel medio e lungo periodo ciò può tradursi in una diminuzione della disponibilità di materie prime nazionali di qualità, in una crescente dipendenza da approvvigionamenti esteri e, conseguentemente, in un progressivo indebolimento del vantaggio competitivo che oggi distingue il Made in Italy agroalimentare.

Il patrimonio costruito in decenni di investimenti, competenze e reputazione internazionale non può infatti prescindere dalla solidità economica delle imprese agricole.

Per questa ragione appare necessario promuovere un progressivo riequilibrio della distribuzione del valore lungo le filiere agroalimentari.

Non significa redistribuire artificialmente la ricchezza tra i diversi operatori, né creare contrapposizioni tra agricoltura, industria e distribuzione.

Significa costruire filiere nelle quali ciascun anello sia economicamente sostenibile e nelle quali il valore riconosciuto alla produzione primaria sia coerente con il ruolo strategico che essa svolge.

Una più equa distribuzione del valore favorirebbe gli investimenti aziendali, l’innovazione, la valorizzazione del capitale umano, la sostenibilità ambientale, il ricambio generazionale e la capacità delle imprese agricole di continuare a produrre quelle materie prime che costituiscono la base dell’eccellenza agroalimentare italiana.

In questa prospettiva il Coefficiente di Ritorno Agricolo dell’Export potrebbe trasformarsi in un nuovo indicatore di politica economica.

Affidarne la costruzione metodologica a ISTAT, ISMEA e CREA consentirebbe di monitorare annualmente non soltanto la crescita delle esportazioni, ma anche la capacità del sistema di redistribuire il valore verso il suo anello originario.

L’obiettivo delle politiche pubbliche non dovrebbe essere soltanto quello di aumentare il valore dell’export.

Dovrebbe essere anche quello di accrescere progressivamente il CRAE.

Perché un export che cresce senza rafforzare la produzione agricola rischia, nel tempo, di indebolire proprio il patrimonio produttivo sul quale si fonda il successo del Made in Italy.

La vera sfida del prossimo decennio sarà quindi quella di coniugare crescita delle esportazioni, competitività industriale e sostenibilità economica dell’agricoltura.

Solo una filiera capace di creare valore e di distribuirlo in modo equilibrato potrà continuare a garantire al mondo prodotti agricoli di eccellenza, un’industria alimentare competitiva e una Cucina italiana che, proprio grazie alla qualità delle sue materie prime, rappresenta oggi uno dei più autorevoli simboli dell’identità culturale ed economica del nostro Paese.