
Il taglio delle accise: una risposta d’emergenza, non una politica strutturale
Quando il prezzo dei carburanti aumenta rapidamente, la riduzione delle accise rappresenta una risposta immediata e facilmente percepibile. In una fase di emergenza può essere giustificata dalla necessità di attenuare uno shock che si trasferisce sui costi di trasporto, sulla logistica e, progressivamente, sui prezzi di beni e servizi.
Il problema nasce quando questo strumento viene utilizzato sistematicamente come risposta ordinaria all’aumento dei prezzi.
Nel corso del 2026 il Governo è già intervenuto più volte sulle accise per fronteggiare l’incremento dei prezzi petroliferi. La normativa ha previsto riduzioni temporanee delle aliquote e, in alcuni casi, meccanismi finalizzati a utilizzare le maggiori entrate IVA derivanti dall’aumento del prezzo del petrolio.
Questa esperienza dimostra che il problema non è soltanto fiscale. È soprattutto una questione di politica economica: come utilizzare le risorse pubbliche disponibili per proteggere famiglie e imprese senza alterare inutilmente i segnali del mercato e senza distribuire il beneficio in modo regressivo?
La risposta non può essere sempre quella di abbassare indistintamente il prezzo del carburante.
Una misura universale che favorisce chi consuma di più
Il limite principale del taglio generalizzato delle accise è nella sua natura distributiva.
Una riduzione di un determinato importo per litro attribuisce il beneficio in proporzione ai consumi. Chi utilizza 100 litri riceve un beneficio; chi ne utilizza 1.000 ne riceve dieci volte tanto.
Ma il maggiore consumo non coincide necessariamente con una maggiore necessità economica.
Una famiglia con reddito elevato e più autovetture può ottenere un vantaggio superiore a quello di una famiglia meno abbiente che utilizza l’auto per gli spostamenti essenziali. Lo stesso vale per le imprese: un’azienda che consuma grandi quantità di carburante beneficia maggiormente della riduzione fiscale, indipendentemente dalla propria effettiva capacità di sostenere l’aumento dei costi.
Il criterio diventa quindi il consumo, anziché il bisogno.
È questa la ragione per cui considero il taglio generalizzato delle accise una misura sostanzialmente regressiva. Non perché non produca alcun beneficio, ma perché utilizza una risorsa pubblica senza distinguere adeguatamente tra chi è maggiormente vulnerabile e chi non lo è.
Una politica equa non deve necessariamente trattare tutti nello stesso modo: deve mettere in condizione i soggetti più esposti di affrontare lo shock.
Il gasolio agricolo: un costo di produzione e un problema di competitività
Per l’agricoltura la questione assume una dimensione specifica.
Il gasolio non rappresenta un semplice consumo. È un fattore produttivo essenziale per la meccanizzazione delle lavorazioni, la raccolta, l’irrigazione, la movimentazione e il trasporto. Un aumento del suo costo incide direttamente sui margini delle imprese e, successivamente, può trasferirsi lungo la filiera alimentare.
Per questa ragione l’aumento del prezzo del gasolio agricolo non può essere valutato esclusivamente attraverso la dinamica del prezzo alla pompa. Deve essere considerato all’interno della struttura dei costi e della competitività dell’impresa agricola.
È significativo che, anche nel 2026, il legislatore abbia previsto interventi specifici sulle accise e che il Governo abbia adottato misure di sostegno rivolte al settore agricolo, riconoscendone la particolare esposizione all’aumento dei costi energetici.
Ma proprio l’agricoltura dimostra perché non sia sufficiente una politica generalizzata.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di proteggere la capacità produttiva delle aziende e, contemporaneamente, accompagnarle verso una progressiva riduzione della dipendenza dai combustibili fossili attraverso efficienza energetica, innovazione, energie rinnovabili, elettrificazione dei processi dove possibile e nuove tecnologie.
Non si tratta soltanto di compensare il costo del gasolio, ma di ridurre strutturalmente la vulnerabilità energetica dell’impresa agricola.
Un’alternativa: condividere con il sistema petrolifero una parte dei maggiori margini
Esiste però un ulteriore elemento che merita di essere considerato.
Quando un aumento eccezionale dei prezzi energetici produce effetti significativi sui consumatori e, contemporaneamente, determina maggiori margini o profitti straordinari lungo la filiera petrolifera, non è necessariamente equo che l’intero costo dell’intervento ricada sulla fiscalità generale.
È possibile immaginare un meccanismo di contribuzione straordinaria sui maggiori introiti o sugli extraprofitti realizzati dalle compagnie petrolifere e dagli operatori della filiera, da definire attraverso un confronto istituzionale con il Governo e nel rispetto del quadro europeo e nazionale.
Non si tratterebbe di penalizzare ordinariamente un settore industriale, né di colpire i normali profitti d’impresa. Il riferimento dovrebbe essere esclusivamente alla componente di redditività eccezionale determinata da condizioni straordinarie del mercato, individuata attraverso parametri trasparenti rispetto a una media storica o a benchmark oggettivi.
Una parte di questi maggiori margini potrebbe essere destinata, attraverso un contributo straordinario concordato e temporalmente limitato, a finanziare gli interventi necessari per attenuare l’impatto del caro carburanti.
La proposta presenta una logica precisa: se lo shock energetico genera contemporaneamente una perdita di potere d’acquisto per famiglie e imprese e una redditività straordinaria per alcuni operatori della filiera, una parte di quella rendita eccezionale può essere chiamata a concorrere alla gestione dello shock.
Non si tratterebbe, dunque, di trasferire semplicemente il costo dal bilancio dello Stato alle imprese, ma di costruire un meccanismo di condivisione dell’emergenza.
Un’impostazione analoga è già presente nel dibattito parlamentare del 2026, dove sono state avanzate proposte per introdurre un contributo straordinario sugli extraprofitti delle imprese petrolifere, della raffinazione e della distribuzione, destinandone il gettito al contenimento dei prezzi e al sostegno dei soggetti maggiormente colpiti.
La condizione essenziale è che il meccanismo sia misurabile, temporaneo, proporzionato e non distorsivo, evitando di penalizzare gli investimenti e la normale attività industriale.
Dalla riduzione indiscriminata del prezzo a una politica selettiva
Questa impostazione consente di superare la contrapposizione tra chi sostiene il taglio delle accise e chi lo considera sempre sbagliato.
In presenza di uno shock eccezionale, una riduzione temporanea delle accise può essere utilizzata. Ma dovrebbe essere accompagnata da una strategia più selettiva, capace di indirizzare le risorse verso chi sopporta effettivamente il peso maggiore dell’aumento dei costi.
Il finanziamento di questa strategia potrebbe derivare da una combinazione di strumenti: maggiori entrate IVA generate dall’aumento dei prezzi, risorse pubbliche disponibili e, quando ricorrano le condizioni oggettive, un contributo straordinario sui maggiori margini realizzati dalla filiera petrolifera.
Le risorse dovrebbero essere indirizzate prioritariamente alle famiglie più vulnerabili, ai lavoratori maggiormente esposti ai costi della mobilità e ai settori produttivi nei quali il carburante costituisce un fattore essenziale di produzione.
Per l’agricoltura, in particolare, il sostegno dovrebbe contribuire non soltanto a fronteggiare il costo corrente del gasolio, ma anche a finanziare investimenti capaci di ridurre nel tempo il fabbisogno energetico delle aziende.
In questo modo si passerebbe da una politica fondata sul sussidio generalizzato al consumo a una politica fondata sulla protezione selettiva del reddito e della capacità produttiva.
È una differenza sostanziale.
Il compito dello Stato non dovrebbe essere quello di garantire artificialmente a tutti un prezzo più basso, ma quello di impedire che uno shock straordinario produca effetti sociali e produttivi sproporzionati.
E, quando lo shock determina contemporaneamente una particolare capacità di profitto per alcuni operatori della filiera, è ragionevole interrogarsi sulla possibilità che una quota dei maggiori margini straordinari contribuisca, in modo temporaneo e trasparente, a finanziare la risposta collettiva alla crisi.
Meno sussidio indistinto al consumo, più protezione mirata; meno costo scaricato sulla fiscalità generale, più condivisione dello shock; meno interventi emergenziali ripetuti, più strategia energetica e produttiva.
Questa dovrebbe essere la direzione di una politica dei carburanti più equa, efficiente e coerente con gli interessi delle famiglie, delle imprese e dell’economia italiana.