Finanza, Credito e Investimenti Nell’Agroalimentare: Verso Un Nuovo Modello Di Sviluppo Per l’Agricoltura Italiana

Il sistema agroalimentare italiano rappresenta oggi uno dei principali asset strategici del Paese. Con un valore aggiunto pari a 44,4 miliardi di euro nel 2024, corrispondente a circa il 18% dell’intero valore agricolo dell’Unione Europea, l’Italia si conferma il primo Paese europeo per capacità produttiva agricola.

A questa leadership economica non corrisponde tuttavia una pari solidità sul piano finanziario. Il settore continua infatti a manifestare difficoltà strutturali nell’accesso al credito e nell’attrazione di investimenti di medio-lungo periodo, evidenziando un crescente divario tra fabbisogni finanziari e risorse effettivamente disponibili.
Secondo le stime della Banca Europea per gli Investimenti, il financing gap dell’agricoltura italiana ha raggiunto 8,9 miliardi di euro, registrando un incremento di circa il 700% rispetto al 2017 e rappresentando oggi il secondo valore più elevato nell’Unione Europea a 27, dopo la Romania. Parallelamente, lo stock complessivo del credito agricolo si è attestato nel 2024 a 38,2 miliardi di euro, in calo del 3% rispetto all’anno precedente, mentre il credito a lungo termine ha registrato una contrazione ancora più significativa, pari al 6,6%.

Questi dati evidenziano come il problema non sia riconducibile esclusivamente alla disponibilità di capitali, ma alla difficoltà del sistema finanziario di interpretare correttamente le caratteristiche economiche del settore agricolo. L’agricoltura presenta infatti una struttura del rischio profondamente diversa rispetto ad altri comparti produttivi. La redditività aziendale dipende da variabili biologiche e climatiche difficilmente prevedibili, mentre i cicli produttivi risultano spesso incompatibili con i modelli standard di valutazione bancaria.
A ciò si aggiunge una debolezza strutturale delle imprese agricole italiane, caratterizzate da dimensioni mediamente contenute e da una forte concentrazione del patrimonio nella componente fondiaria. Sebbene la terra rappresenti un asset reale di elevato valore, essa risulta spesso poco liquida e difficilmente valorizzabile come garanzia creditizia secondo i criteri tradizionali del sistema bancario. Questo genera una situazione nella quale molte aziende dispongono di consistenti patrimoni immobiliari ma incontrano ugualmente ostacoli nell’accesso ai finanziamenti.

Le criticità assumono una dimensione ancora più evidente osservando alcuni indicatori strutturali del settore. Oltre il 57% dei conduttori agricoli italiani ha più di 60 anni, mentre solo una quota limitata delle imprese dispone di competenze manageriali e finanziarie adeguate. Secondo il documento, soltanto il 10% delle aziende agricole è guidato da laureati, con evidenti ripercussioni sulla capacità di predisporre business plan, bilanci previsionali e strategie finanziarie evolute.
Il progressivo invecchiamento della popolazione agricola produce effetti diretti anche sulla propensione agli investimenti e sulla disponibilità delle banche a concedere credito di lungo periodo. In assenza di piani di successione chiari, gli istituti finanziari tendono infatti a percepire un rischio maggiore, soprattutto nei progetti con orizzonti temporali pluriennali. Il fenomeno rischia inoltre di tradursi in una significativa perdita di superficie agricola produttiva: secondo alcune stime, oltre 2,5 milioni di ettari potrebbero essere abbandonati nei prossimi 5-10 anni per mancanza di ricambio generazionale.

Nonostante tali criticità, il settore agricolo italiano presenta elementi di solidità spesso sottovalutati dal mercato finanziario. Il tasso di deterioramento del credito agricolo si attesta infatti all’1,56%, valore inferiore sia rispetto alla media del comparto alimentare (2,48%) sia rispetto alla media complessiva dell’economia italiana (1,86%). Ancora più virtuoso appare il sistema cooperativo agricolo, che registra un tasso di inadempienza pari all’1,8%, inferiore alla media del settore agricolo nel suo complesso.
Questi dati suggeriscono che il rischio agricolo sia frequentemente sovrastimato dagli operatori finanziari tradizionali e che esista uno spazio significativo per lo sviluppo di strumenti creditizi maggiormente specializzati. In tale prospettiva, il ruolo della finanza pubblica rimane centrale. Il sistema italiano dispone già di una pluralità di strumenti di supporto, tra cui le garanzie ISMEA, il Fondo di Garanzia PMI, gli incentivi della PAC, la Nuova Sabatini, i crediti d’imposta Industria 4.0 e 5.0 e la ZES Unica del Mezzogiorno.

Tuttavia, il quadro europeo in evoluzione rende evidente che il sostegno pubblico tradizionale non potrà essere sufficiente nel lungo periodo. Le proposte relative al Quadro Finanziario Pluriennale 2028–2034 prevedono infatti un nuovo fondo unificato europeo da 865 miliardi di euro, con una possibile allocazione per l’Italia pari a circa 78,3 miliardi, rispetto ai 79,4 miliardi del periodo precedente, configurando quindi una riduzione stimata dell’1,3%. Le analisi CREA indicano inoltre una possibile contrazione complessiva del 4,1% delle risorse destinate all’Italia tra PAC, fondi di coesione e pesca/acquacoltura.

In questo scenario, diventa sempre più strategico attrarre capitali privati e sviluppare strumenti di finanza integrata pubblico-privata. La terra agricola viene oggi percepita dagli investitori internazionali come un asset difensivo e sostenibile, capace di garantire protezione dall’inflazione e rendimenti relativamente stabili. Parallelamente, l’espansione dell’agricoltura rigenerativa, del carbon farming e dei mercati dei crediti di carbonio sta contribuendo ad ampliare le opportunità di investimento nel comparto agroalimentare.
L’export agroalimentare italiano rappresenta un ulteriore elemento di forza. Nel 2025 le esportazioni del settore hanno raggiunto circa 72 miliardi di euro, registrando una crescita del 2,9% rispetto al 2024. Tale dinamica potrebbe costituire una leva fondamentale per attrarre investimenti privati internazionali e rafforzare la competitività delle filiere italiane.

Permangono tuttavia rischi significativi legati alla crescente finanziarizzazione della terra agricola. La concentrazione fondiaria, la separazione tra proprietà e attività agricola e il possibile indebolimento del modello di agricoltura familiare rappresentano criticità che richiedono adeguati strumenti di governance. In tale contesto, assume particolare importanza lo sviluppo di modelli di investimento capaci di affiancare l’imprenditore agricolo senza sostituirlo, preservando il radicamento territoriale e la continuità produttiva.

Infine, un elemento particolarmente significativo: il 79% degli agricoltori italiani dichiara che non investirebbe in innovazione in assenza di incentivi pubblici. Questo dato sintetizza efficacemente la forte dipendenza del settore dalla spesa pubblica e la necessità di costruire, nei prossimi anni, un ecosistema finanziario più autonomo, efficiente e orientato alla sostenibilità economica di lungo periodo.
La sfida strategica al 2040 sarà dunque quella di trasformare l’agricoltura italiana in un settore non soltanto competitivo sotto il profilo produttivo, ma anche pienamente sostenibile dal punto di vista finanziario. Ciò richiederà una profonda evoluzione del rapporto tra imprese agricole, sistema bancario, finanza pubblica e capitale privato, attraverso la costruzione di strumenti più innovativi, integrati e coerenti con le specificità economiche e sociali del comparto agroalimentare nazionale.