Olio Italiano: Basta Finanziare Solo Le Crisi, Occorre Qualificare Il Mercato Attraverso Il Passaporto Dell’Olio Italiano

 

LA CRISI DELL’OLIO ITALIANO E IL FALLIMENTO DELLA RISPOSTA ESCLUSIVAMENTE EMERGENZIALE

La crisi dell’olio extravergine italiano non può più essere interpretata semplicemente come una difficoltà congiunturale di mercato e, soprattutto, non può continuare a essere affrontata prevalentemente attraverso strumenti finanziari.

Negli anni abbiamo conosciuto una successione di interventi fondati su liquidità, garanzie, moratorie, abbattimenti degli oneri sociali, rinegoziazioni e spostamento delle scadenze. Questi strumenti possono attenuare temporaneamente la pressione finanziaria sulle imprese, ma non modificano le condizioni economiche che determinano la formazione del prezzo dell’olio.

Il problema è quindi più profondo.

Un’impresa agricola può essere aiutata a pagare i propri debiti, ma non può essere resa strutturalmente redditizia attraverso il semplice rinvio di quei debiti. Se il prodotto continua a essere remunerato a un prezzo insufficiente rispetto ai costi di produzione, la difficoltà finanziaria si ripresenterà.

È il meccanismo che dobbiamo interrompere.

L’errore consiste nel confondere il problema finanziario con il problema economico.

Il primo riguarda la disponibilità di liquidità.

Il secondo riguarda la capacità del prodotto di generare un reddito adeguato.

Nel caso dell’olio italiano, il problema economico è strettamente collegato alla difficoltà del mercato di distinguere in maniera sufficientemente efficace l’olio ottenuto da olive italiane da prodotti di diversa origine che possono arrivare sul mercato in condizioni di costo differenti.

Quando prodotti diversi vengono percepiti come equivalenti, il prezzo tende a essere influenzato dal prodotto più competitivo sotto il profilo dei costi.

L’agricoltore italiano, tuttavia, sostiene i costi della produzione italiana: terra, lavoro, raccolta, trasformazione, adempimenti, qualità, tutela del territorio e mantenimento degli oliveti.

Se il mercato non riconosce adeguatamente queste caratteristiche, una parte del valore prodotto rimane fuori dal reddito agricolo.

È qui che gli interventi finanziari rischiano di diventare una politica di rinvio.

Ancora più delicata è la questione quando le risorse pubbliche vengono immesse genericamente nel mercato senza una selezione rigorosa dei beneficiari e senza intervenire contemporaneamente sulla trasparenza della filiera.

In un mercato nel quale possono convivere produzioni autentiche e pratiche opache, un sostegno indistinto rischia di non premiare necessariamente chi sostiene i maggiori costi per produrre correttamente.

Per questo la questione non può essere soltanto: quanto denaro pubblico destinare alla crisi?

La domanda deve diventare:

quale trasformazione deve produrre ogni euro pubblico investito nel settore?

La risposta proposta è radicalmente diversa dalla semplice gestione dell’emergenza: proteggere il produttore italiano durante la crisi, ma utilizzare contemporaneamente questa fase per costruire un sistema capace di accertare l’identità dell’olio italiano.

È da questa esigenza che nasce il Passaporto dell’Olio Italiano.


LA CONDIZIONE: SOSTENERE LA PRODUZIONE ITALIANA E CAMBIARE IL MERCATO

Se un intervento straordinario viene ritenuto necessario per evitare la perdita di capacità produttiva, deve essere indirizzato innanzitutto agli olivicoltori italiani che producono olive in Italia.

Questa non è una distinzione burocratica.

È il presupposto economico della politica che si vuole realizzare.

L’olivicoltore italiano è il soggetto che genera l’origine del prodotto, mantiene il capitale fondiario, conserva gli oliveti e garantisce la continuità della produzione nazionale. È quindi su questa componente che deve concentrarsi l’intervento pubblico.

Ma vi è una seconda condizione, altrettanto importante: il sostegno deve essere contemporaneamente collegato all’introduzione del Passaporto dell’Olio Italiano.

Le due misure devono essere considerate parte di un unico disegno.

Il sostegno straordinario ha una funzione temporanea: evitare che la crisi determini l’uscita dal mercato di produttori italiani che possiedono una capacità produttiva da preservare.

Il Passaporto ha invece una funzione permanente: creare le condizioni perché quella produzione possa essere identificata e valorizzata negli anni successivi.

In questo modo la spesa pubblica cambia natura. Non finanzia semplicemente la sopravvivenza del sistema esistente. Finanzia la transizione verso un sistema diverso. La condizionalità diventa quindi essenziale.

Chi beneficia delle risorse destinate alla salvaguardia della produzione italiana deve entrare progressivamente in un sistema di tracciabilità e autenticazione che consenta di associare la produzione agricola al prodotto commercializzato.

Non si tratta di introdurre un ulteriore adempimento fine a sé stesso.

Si tratta di creare un rapporto trasparente tra risorsa pubblica e bene pubblico tutelato. Se lo Stato sostiene l’olivicoltura italiana, deve poter identificare ciò che sta sostenendo.

Se sostiene la produzione di olive italiane, deve poter costruire le condizioni affinché l’olio ottenuto da quella produzione possa essere riconosciuto dal mercato.

Questo è il passaggio politico fondamentale.

Gli interventi di crisi non devono più essere concepiti come un punto di arrivo. Devono rappresentare il finanziamento della fase di transizione verso una nuova architettura della filiera.

Il principio può essere sintetizzato così:

sostenere il produttore italiano oggi, mentre si costruisce il sistema che gli consentirà di competere meglio domani.

Senza questa seconda componente, l’intervento rischia di riprodurre il ciclo già conosciuto: crisi, sostegno, rinvio e nuova crisi.

Con il Passaporto, invece, la stessa risorsa può diventare una leva di trasformazione.


CHE COS’È IL PASSAPORTO DELL’OLIO ITALIANO

Il Passaporto dell’Olio Italiano è una infrastruttura nazionale di identificazione, tracciabilità e autenticazione dell’olio extravergine prodotto da olive italiane.

Non è un semplice marchio.

Non è una nuova etichetta.

Non è un singolo esame di laboratorio.

È un sistema nel quale le informazioni agricole, produttive, analitiche e digitali vengono collegate tra loro per costruire l’identità verificabile di ogni lotto.

Il punto di partenza è il produttore.

Il sistema registra la provenienza delle olive, la quantità conferita, la cultivar dichiarata, il frantoio e gli elementi essenziali della trasformazione.

A ciascun lotto viene attribuito un identificativo univoco.

Quell’identificativo segue il prodotto lungo la filiera fino all’imbottigliamento.

Il Passaporto deve quindi creare una continuità documentale:

oliveto → olive → frantoio → olio → lotto → bottiglia.

A questa continuità documentale si aggiunge la componente scientifica.

L’analisi isotopica può fornire informazioni utili alla caratterizzazione geografica del prodotto attraverso la misura dei rapporti tra isotopi stabili, in particolare di carbonio, idrogeno e ossigeno.

La profilazione genetica può invece essere utilizzata, quando tecnicamente applicabile, per verificare la corrispondenza della materia vegetale con la cultivar dichiarata.

È importante mantenere una rigorosa impostazione scientifica: nessuno di questi strumenti, preso isolatamente, deve essere presentato come una prova assoluta dell’italianità di qualsiasi olio.

L’origine geografica è influenzata da numerose variabili e richiede quindi modelli statistici, campioni di riferimento e banche dati sufficientemente ampie.

La forza del Passaporto sta proprio nell’integrazione delle informazioni.

Il sistema deve confrontare il profilo del lotto con una banca dati nazionale di campioni autentici, georeferenziati e raccolti su più annate e in differenti condizioni pedoclimatiche.

Con il progressivo ampliamento della banca dati aumenta la capacità del sistema di individuare profili incompatibili o anomalie.

Il Passaporto diventa così una sorta di identità scientifica del lotto. Non significa che una bottiglia debba contenere una quantità enorme di informazioni tecniche.

Significa che dietro quella bottiglia esiste una struttura di dati verificabile.

Il consumatore potrebbe accedere, attraverso un QR code, alle informazioni essenziali: origine, lotto, area produttiva, cultivar quando dichiarata, frantoio e stato della verifica.

Le autorità di controllo avrebbero accesso ai dati completi.

La GDO e gli operatori professionali potrebbero utilizzare il sistema per verificare i lotti acquistati.

In questo modo la tracciabilità smette di essere soltanto uno strumento amministrativo e diventa una caratteristica economica del prodotto.

Il Passaporto deve inoltre prevedere verifiche lungo la filiera, compresi controlli a campione sul prodotto imbottigliato.

È infatti necessario verificare la continuità tra ciò che è stato prodotto e ciò che viene commercializzato.

Il risultato finale è un sistema nel quale l’olio dichiarato italiano non si limita ad avere una storia documentale: possiede un’identità registrata, analizzata e verificabile.


DALL’AUTENTICITÀ AL VALORE: COME IL PASSAPORTO QUALIFICA IL MERCATO

La vera innovazione del Passaporto non è soltanto nella capacità di individuare una possibile irregolarità.

La sua funzione più importante è economica. Un mercato funziona meglio quando gli acquirenti dispongono delle informazioni necessarie per distinguere i prodotti.

Nel settore dell’olio questa distinzione è particolarmente importante perché l’origine italiana rappresenta una componente significativa del valore percepito. Se però l’origine non può essere adeguatamente verificata, il suo valore economico rimane parzialmente indeterminato.

Il Passaporto interviene proprio su questa asimmetria informativa.

Permette alla GDO di selezionare prodotti sulla base di una garanzia verificabile. Permette ai mercati esteri di acquistare non soltanto una bottiglia con un’indicazione di origine, ma un prodotto associato a un sistema di autenticazione.

Permette al consumatore di disporre di un livello di informazione superiore.

Ma soprattutto permette all’agricoltore di trasformare una caratteristica oggi difficilmente monetizzabile — l’autenticità italiana — in una componente riconoscibile del prezzo.

Il meccanismo economico è semplice:

più informazione → maggiore differenziazione → maggiore fiducia → maggiore capacità di valorizzazione.

Il premio di prezzo non deve essere imposto amministrativamente.

Deve essere generato dal mercato.

Il compito della politica pubblica è costruire l’infrastruttura che consente al mercato di riconoscere la differenza. È questa la ragione per cui il Passaporto può rappresentare una politica di competitività e non soltanto una politica antifrode.

La frode viene contrastata aumentando la possibilità di individuare le incoerenze.

Ma contemporaneamente viene modificata la convenienza economica dei comportamenti.

Un prodotto verificato può essere collocato in un segmento di mercato nel quale l’autenticità costituisce un elemento distintivo.

Un prodotto che non possiede la stessa evidenza non può automaticamente beneficiare della medesima percezione di valore.

La conseguenza più importante è che la competizione può progressivamente spostarsi dal terreno del semplice prezzo al terreno della qualità dimostrabile e dell’origine verificabile.

Questo è particolarmente importante per l’Italia.

L’Italia non può costruire la propria competitività dell’olio esclusivamente sulla capacità di produrre a costi inferiori rispetto ad altri Paesi.

Deve valorizzare ciò che rende la propria produzione diversa.

Territorio, biodiversità, cultivar, tradizione, qualità e origine sono elementi competitivi soltanto quando possono essere riconosciuti.

Il Passaporto offre uno strumento per trasformare questa differenza in informazione e l’informazione in valore.

La banca dati nazionale, inoltre, produrrebbe un effetto cumulativo: ogni campione autentico aggiunge conoscenza al sistema, ogni nuova annata permette di migliorare i modelli, ogni controllo contribuisce alla qualità complessiva dell’infrastruttura.

Il valore dell’investimento, quindi, non si esaurisce con la singola analisi.

Rimane nel patrimonio scientifico e tecnologico della filiera italiana.


LA SVOLTA: UNA POLITICA NUOVA PER L’OLIO ITALIANO

Il Passaporto dell’Olio Italiano deve essere il punto di partenza di una nuova politica pubblica.

La prima decisione è chiara: gli eventuali interventi straordinari di crisi devono essere rivolti ai produttori italiani di olive in Italia.

La seconda è altrettanto chiara: l’intervento deve essere accompagnato dalla costruzione del Passaporto.

La terza consiste nell’utilizzare una parte delle risorse pubbliche non per prolungare indefinitamente l’attuale equilibrio, ma per realizzare l’infrastruttura scientifica e digitale necessaria.

La prima fase deve riguardare la validazione scientifica del sistema, attraverso CREA, università e laboratori qualificati.

Occorre definire i protocolli analitici, le modalità di campionamento, i marcatori genetici applicabili, i parametri isotopici, i criteri statistici e le procedure di controllo interlaboratorio.

La seconda fase deve essere una sperimentazione reale sulla filiera, coinvolgendo produttori, frantoi e laboratori durante una campagna olivicola.

La terza deve portare alla costruzione della banca dati nazionale e della piattaforma digitale.

La quarta deve collegare progressivamente il Passaporto ai sistemi di controllo e alla commercializzazione.

La quinta deve trasformare il sistema sperimentale in uno standard nazionale, da sottoporre successivamente al confronto con il quadro europeo.

Questa sequenza è importante perché evita due rischi opposti.

Da una parte, quello di annunciare una tecnologia senza averne validato scientificamente l’efficacia.

Dall’altra, quello di continuare a discutere indefinitamente mentre il problema economico delle imprese si aggrava.

Occorre partire subito con una sperimentazione seria, misurabile e trasparente.

Il principio politico deve essere altrettanto netto.

Non si tratta di finanziare l’olio italiano perché continui a sopravvivere nelle condizioni attuali.

Si tratta di proteggere temporaneamente i produttori italiani mentre si costruisce un mercato nel quale il loro prodotto possa essere riconosciuto e remunerato per ciò che realmente è.

Questa è la differenza tra un intervento di emergenza e una politica di trasformazione.

Il primo consente di superare una difficoltà.

La seconda modifica le condizioni che hanno generato quella difficoltà.

L’Italia ha le competenze scientifiche, le università, i laboratori, le istituzioni di controllo, le imprese e una filiera agricola capaci di realizzare questo progetto.

Manca una decisione politica.

Ed è una decisione che non può essere ulteriormente rinviata.

L’alternativa è continuare con il modello già conosciuto: intervenire quando la crisi esplode, trasferire nel tempo le difficoltà finanziarie e tornare, qualche anno dopo, a discutere delle stesse emergenze.

Oppure utilizzare questa crisi per costruire qualcosa che rimanga.

Il Passaporto dell’Olio Italiano deve essere questo investimento.

Una infrastruttura nazionale che collega agricoltura, scienza, tecnologia e mercato.

Un sistema nel quale l’origine non viene semplicemente dichiarata, ma sottoposta a verifica.

Un sistema nel quale il produttore italiano può dimostrare ciò che produce.

Un sistema nel quale il consumatore può conoscere.

Un sistema nel quale la GDO può selezionare.

Un sistema nel quale i mercati internazionali possono acquistare maggiore certezza.

E soprattutto un sistema nel quale l’autenticità può finalmente diventare valore economico.

La scelta, dunque, non è tra aiutare o non aiutare l’olivicoltura italiana.

La scelta è tra continuare a finanziare periodicamente la crisi oppure utilizzare l’intervento pubblico per cambiare il mercato.

La prima strada la conosciamo.

La seconda richiede coraggio.

Per l’olio italiano è arrivato il momento di scegliere.

ORA O MAI PIÙ.