Il caro energia è una bomba sulla competitività. E la burocrazia continua a frenare le soluzioni.

 

Il caro carburante fa rumore. Il caro energia elettrica rischia di fare ancora più danni.

Le proteste degli autotrasportatori, degli agricoltori e di altre categorie produttive, particolarmente diffuse nel Mezzogiorno, riportano al centro dell’attenzione una questione che riguarda la sopravvivenza economica di migliaia di imprese: il costo dell’energia.

Ma c’è un aspetto che, a mio avviso, merita una riflessione più ampia e che rischia di rimanere in secondo piano rispetto all’emergenza del caro carburante: il costo dell’energia elettrica e la vulnerabilità strutturale del nostro sistema produttivo rispetto alle oscillazioni del prezzo del gas.

Il problema non è soltanto quanto paghiamo oggi. È il modello energetico ed economico che ci espone al rischio di pagare ancora di più domani.

Il mercato elettrico europeo si fonda, in larga misura, sul meccanismo del prezzo marginale: il prezzo all’ingrosso viene determinato dall’impianto più costoso necessario a soddisfare la domanda in una determinata ora.

In Italia, dove il gas naturale conserva un ruolo determinante nella generazione elettrica, questo meccanismo produce una conseguenza importante: anche quando una parte significativa dell’elettricità viene prodotta da fonti rinnovabili, il prezzo di mercato può continuare a essere condizionato dal costo del gas.

Non si tratta di un’affermazione ideologica, ma di un problema economico documentato. La Commissione europea rileva che nel 2024 il gas ha determinato il prezzo dell’elettricità in Italia nel 61,4% delle ore. Inoltre, nella prima metà del 2025, i prezzi italiani dell’elettricità risultavano tra i più elevati dell’Unione europea sia per le famiglie sia per le grandi imprese.

Il punto critico è proprio questo: il costo dell’elettricità non dipende esclusivamente dal costo effettivo di produzione di ogni singolo impianto, ma anche dalle regole attraverso cui si forma il prezzo sul mercato.

Ne deriva una domanda legittima: è economicamente sostenibile continuare a esporre famiglie e imprese alla volatilità di una fonte fossile importata, mentre il Paese investe nella produzione di energia rinnovabile?

Il rischio di un nuovo shock energetico

La questione diventa ancora più rilevante quando si considera il contesto internazionale.

Le tensioni geopolitiche, le difficoltà negli approvvigionamenti, la competizione internazionale per il gas naturale liquefatto e il livello delle riserve europee possono determinare nuove pressioni sui prezzi.

Le analisi pubblicate nell’ottobre 2026 segnalano proprio il rischio di una persistente tensione sul mercato europeo del gas.

Reuters
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In queste condizioni, l’aumento del prezzo del gas può propagarsi al mercato elettrico, incidendo sui costi delle imprese anche quando esse non utilizzano direttamente il gas nei propri processi produttivi.

È un effetto a catena che rischia di coinvolgere l’intero sistema economico:

  • le imprese agricole, attraverso irrigazione, refrigerazione, conservazione e lavorazione dei prodotti;

  • le aziende manifatturiere, attraverso i costi di produzione;

  • la logistica e la distribuzione, attraverso la movimentazione e lo stoccaggio delle merci;

  • il commercio e i servizi, attraverso i consumi energetici delle strutture;

  • le famiglie, attraverso le bollette e la conseguente riduzione del reddito disponibile.

Il rischio, quindi, non riguarda soltanto il costo di un fattore produttivo. Riguarda la competitività del sistema Paese, il potere d’acquisto e la capacità delle imprese di mantenere margini sufficienti per investire e creare occupazione.

Agricoltura: il caro energia elettrica può incidere quanto il caro carburante

Per il settore agricolo la questione assume una dimensione particolare.

Quando si parla di costi energetici in agricoltura, l’attenzione si concentra spesso sul gasolio agricolo. È comprensibile: trattori, macchine operatrici, trasporti e lavorazioni dipendono ancora in misura rilevante dai carburanti.

Ma sarebbe un errore limitare l’analisi a questo solo elemento.

L’agricoltura moderna è sempre più dipendente dall’energia elettrica. Pensiamo ai pozzi e agli impianti di sollevamento dell’acqua, ai sistemi di irrigazione, alle serre, agli impianti di refrigerazione, ai magazzini ortofrutticoli, ai centri di confezionamento e ai frantoi.

In Sicilia e, più in generale, nel Mezzogiorno, dove molte produzioni richiedono un utilizzo significativo dell’acqua e dove le temperature estive rendono indispensabile il controllo della temperatura in numerose fasi della filiera, il costo dell’elettricità può rappresentare una componente decisiva del conto economico aziendale.

Un aumento delle bollette non sempre può essere trasferito sul prezzo di vendita. Molti prodotti agricoli sono deperibili, i tempi di commercializzazione sono stretti e il potere contrattuale dell’impresa agricola rimane spesso limitato.

Quando aumenta il costo dell’energia ma il prezzo riconosciuto al produttore non cresce nella stessa misura, la differenza si scarica direttamente sul reddito dell’impresa agricola.

Ecco perché le rivendicazioni degli agricoltori dovrebbero includere una politica energetica capace di affrontare insieme carburanti ed elettricità, senza trascurare nessuna delle due componenti.

Il Mezzogiorno: da territorio vulnerabile a protagonista della transizione energetica

Esiste, tuttavia, un paradosso ulteriore.

Il Mezzogiorno dispone di condizioni particolarmente favorevoli per lo sviluppo del fotovoltaico e di altre fonti rinnovabili. Eppure, la disponibilità di risorse naturali non si traduce automaticamente in un vantaggio economico per le imprese e le famiglie del territorio.

La questione non è soltanto installare nuovi impianti. Occorre costruire un sistema in cui la produzione rinnovabile generi benefici concreti per l’economia locale.

Ciò significa investire in:

  • sistemi di accumulo capaci di rendere disponibile l’energia anche nelle ore in cui sole e vento non producono;

  • reti elettriche adeguate e infrastrutture di connessione;

  • autoconsumo individuale e collettivo;

  • comunità energetiche rinnovabili e configurazioni di autoconsumo condiviso;

  • contratti di fornitura che consentano alle imprese di beneficiare maggiormente della stabilità dei costi di produzione rinnovabile.

Il tema è particolarmente importante per l’agricoltura, che può contribuire alla produzione energetica senza rinunciare alla propria funzione primaria: produrre alimenti.

La vera sfida è passare da una transizione energetica misurata prevalentemente in megawatt installati a una transizione misurata anche in termini di riduzione dei costi, maggiore redditività aziendale e competitività territoriale.

Il problema non è soltanto il gas: è anche il modo in cui funziona il mercato

Sarebbe semplicistico sostenere che basti eliminare il gas dal sistema elettrico per ottenere immediatamente bollette più basse.

Il prezzo finale dell’elettricità dipende anche dalle reti, dai servizi di sistema, dagli oneri, dalle imposte, dai costi di approvvigionamento e dalle condizioni contrattuali. La stessa Commissione europea sottolinea che il passaggio dai prezzi all’ingrosso alle bollette finali non è automatico né uniforme.

Tuttavia, è altrettanto difficile ignorare che la dipendenza italiana dal gas rappresenti un elemento strutturale di vulnerabilità.

Occorre quindi aprire una discussione seria su come far evolvere il mercato elettrico, affinché i vantaggi delle tecnologie a basso costo marginale, come il fotovoltaico e l’eolico, possano riflettersi più efficacemente sui costi sostenuti dai consumatori.

Questo non significa necessariamente abbandonare il sistema del prezzo marginale, ma valutare strumenti complementari e riforme che permettano di ridurre l’esposizione alla volatilità dei combustibili fossili, favorendo contratti di lungo periodo, approvvigionamenti stabili e una maggiore integrazione delle rinnovabili.

La questione fondamentale è evitare che il prezzo di una fonte fossile determini troppo frequentemente il costo di un bene essenziale per l’intera economia.

Quali risposte servono alle imprese?

Una politica energetica efficace dovrebbe muoversi su tre orizzonti temporali.

Nel breve periodo, occorrono strumenti mirati per contenere gli effetti degli aumenti sui settori maggiormente esposti, evitando interventi generalizzati e temporanei che non affrontino le cause del problema. Per le imprese agricole e agroalimentari, è essenziale considerare anche l’intensità energetica delle attività, non soltanto le dimensioni aziendali.

Nel medio periodo, bisogna favorire contratti di fornitura più stabili, aggregazioni della domanda, autoconsumo, sistemi di accumulo e investimenti che permettano alle aziende di ridurre la dipendenza dal mercato.

Nel lungo periodo, serve una strategia nazionale che integri produzione rinnovabile, accumuli, reti, flessibilità e riforma del mercato, con l’obiettivo di ridurre strutturalmente il costo dell’energia e la vulnerabilità agli shock internazionali.

Per l’agricoltura, inoltre, sarebbe opportuno sviluppare strumenti finanziari specifici per gli investimenti energetici, tenendo conto della stagionalità dei consumi, dei tempi di ritorno degli impianti e delle caratteristiche delle diverse filiere.

Non basta, infatti, rendere possibile l’investimento. Occorre renderlo economicamente accessibile anche alle aziende di dimensioni medio-piccole.

Una riflessione conclusiva: il costo dell’energia è una questione di politica industriale

Le manifestazioni di questi giorni rappresentano il segnale di un disagio economico che non può essere liquidato come una protesta settoriale.

Gli autotrasportatori denunciano l’aumento dei costi di esercizio. Gli agricoltori segnalano una redditività sempre più fragile. Altre categorie produttive si trovano a fare i conti con margini compressi e costi difficili da trasferire sui prezzi finali.

Ma carburanti ed elettricità non sono problemi separati. Sono due manifestazioni della medesima questione: la dipendenza del sistema produttivo italiano da fattori energetici il cui costo è fortemente condizionato da mercati internazionali e tensioni geopolitiche.

E c’è un rischio politico ed economico da non sottovalutare: affrontare ogni volta l’emergenza con interventi temporanei, senza correggere le fragilità strutturali che la rendono ricorrente.

L’Italia non può limitarsi a compensare periodicamente le bollette più alte. Deve costruire le condizioni affinché il proprio sistema produttivo possa disporre di energia a costi più competitivi e prevedibili.

Per il Mezzogiorno questa esigenza è ancora più strategica. Le risorse naturali, la disponibilità di superfici idonee, le competenze agricole e il potenziale delle filiere agroalimentari possono diventare una leva di sviluppo, a condizione che la transizione energetica produca valore per le imprese e per i territori.

La domanda che dovremmo porci, dunque, non è soltanto quanto costeranno il gasolio e l’elettricità nei prossimi mesi.

È un’altra, molto più importante:

Possiamo continuare a chiedere alle nostre imprese di competere sui mercati internazionali senza garantire loro condizioni energetiche competitive?

E ancora: possiamo parlare di sovranità alimentare, rilancio industriale e sviluppo del Mezzogiorno senza affrontare con decisione il tema del costo dell’energia?

Credo che sia arrivato il momento di considerare la politica energetica non soltanto una questione ambientale o infrastrutturale, ma una componente essenziale della politica agricola, industriale e della competitività nazionale.

Perché senza energia accessibile e prevedibile, la competitività rimane uno slogan. E senza imprese economicamente sostenibili, anche gli obiettivi più ambiziosi di crescita e sviluppo rischiano di restare sulla carta.