DAO e olio extravergine italiano: la trasparenza è solo il primo passo.

DAO e olio extravergine italiano: la trasparenza è il primo passo, ora bisogna creare valore per i produttori senza aggravio burocratico

Il nuovo Documento di Accompagnamento Elettronico Olivicolo può rafforzare la tracciabilità e il contrasto alle frodi. La sfida è trasformare la digitalizzazione in uno strumento di qualificazione del mercato, senza aggiungere burocrazia alle imprese agricole.

L’introduzione del Documento di Accompagnamento Elettronico Olivicolo (DAO), annunciata dal Ministero dell’Agricoltura il 9 ottobre 2026, rappresenta un passaggio significativo per il futuro della filiera olivicola italiana.

È un primo passo verso una maggiore trasparenza, una più efficace tracciabilità delle movimentazioni di olive e olio e una migliore tutela dell’origine del prodotto. Un’iniziativa che considero importante e che si colloca in una direzione che ho già indicato nei miei interventi sul futuro dell’olivicoltura italiana.

Da tempo sostengo, infatti, che la crisi dell’olio extravergine italiano non possa essere affrontata soltanto attraverso interventi finanziari e misure emergenziali. Occorre intervenire anche sulle condizioni che determinano il funzionamento del mercato, sulla capacità di distinguere le produzioni e, soprattutto, sulla possibilità di riconoscere economicamente il valore dell’olio ottenuto da olive italiane.

È questo il tema che ho approfondito nel mio articolo «Olio Italiano: basta finanziare solo le crisi, occorre qualificare il mercato attraverso il Passaporto dell’Olio Italiano», pubblicato sul mio blog.

Il DAO costituisce un’evoluzione importante degli strumenti digitali esistenti. Non è ancora, da solo, la soluzione a tutti i problemi della filiera, ma può contribuire a costruire l’infrastruttura informativa necessaria per affrontarli con maggiore efficacia.

Dalla tracciabilità alla trasparenza effettiva

Il nuovo documento si integra con il Sistema Informativo Agricolo Nazionale (SIAN) e con il Registro Telematico dell’Olio (RTO), consentendo di registrare in formato elettronico le principali movimentazioni di olive, olio sfuso e olio confezionato.

L’obiettivo è rendere più tempestive e accessibili le informazioni, migliorare la ricostruzione dei flussi di prodotto e consentire alle autorità competenti di individuare più efficacemente eventuali anomalie.

Tra le novità annunciate figura anche la riduzione da sei a tre giorni dei termini di registrazione delle operazioni.

Si tratta di strumenti che possono contribuire a rafforzare la capacità di controllo lungo la filiera. La disponibilità di dati più aggiornati può agevolare le verifiche, rendere più mirata l’attività ispettiva e ridurre gli spazi per comportamenti irregolari.

Tuttavia, è importante chiarire un aspetto: la tracciabilità documentale non coincide automaticamente con la certificazione dell’origine e dell’autenticità del prodotto.

Ricostruire i passaggi di una partita di olio è essenziale, ma occorre anche verificare la coerenza tra le informazioni registrate, le quantità effettivamente prodotte, le caratteristiche del prodotto e la sua origine dichiarata.

La qualità del sistema dipenderà, pertanto, non soltanto dalla quantità di dati raccolti, ma dalla loro attendibilità e dalla capacità di utilizzarli per effettuare controlli efficaci.

La condizione essenziale: non aggiungere burocrazia agli olivicoltori

Accanto alla valutazione positiva del DAO, ritengo necessario porre una questione concreta, che riguarda direttamente le imprese agricole.

La digitalizzazione deve semplificare il lavoro, non complicarlo.

L’integrazione con il SIAN, con il Registro Telematico dell’Olio e con il fascicolo aziendale rappresenta una scelta condivisibile proprio perché consente, almeno in linea di principio, di valorizzare le infrastrutture già esistenti.

Adesso occorre verificare che questa integrazione si traduca effettivamente in una riduzione degli adempimenti, evitando duplicazioni, ulteriori registrazioni manuali, difficoltà operative e costi amministrativi a carico dei produttori.

La questione assume particolare rilevanza in un comparto caratterizzato da aziende di dimensioni molto differenti, da una presenza significativa di piccole imprese e da realtà produttive nelle quali l’attività amministrativa è spesso svolta direttamente dall’imprenditore agricolo.

La riduzione dei termini di registrazione da sei a tre giorni richiede, inoltre, procedure semplici, strumenti informatici accessibili e un’organizzazione compatibile con i tempi reali del lavoro agricolo.

Non basta affermare che un sistema è digitale per poterlo considerare automaticamente semplice.

La vera semplificazione si misura sul tempo necessario per adempiere agli obblighi, sui costi sostenuti dalle imprese e sulla possibilità di utilizzare una sola volta informazioni già disponibili nelle banche dati pubbliche.

Per questo ritengo che il DAO debba essere accompagnato da un principio operativo chiaro: ogni nuovo obbligo deve essere valutato anche in funzione del suo costo amministrativo per l’impresa agricola, privilegiando l’acquisizione automatica delle informazioni già disponibili e l’eliminazione delle duplicazioni.

La tecnologia deve lavorare per l’agricoltore, non l’agricoltore per la tecnologia.

Il punto decisivo: dalla trasparenza alla valorizzazione economica

La tracciabilità è una condizione necessaria, ma il suo obiettivo non può esaurirsi nel contrasto alle frodi.

Il problema economico dell’olio italiano è anche quello della capacità del mercato di distinguere produzioni che hanno origini, strutture di costo e caratteristiche differenti.

Quando il consumatore, il distributore o l’acquirente internazionale non dispongono di informazioni sufficientemente verificabili, il valore dell’origine italiana rischia di non tradursi pienamente nel prezzo riconosciuto al produttore.

L’olivicoltore italiano sostiene i costi della coltivazione, della raccolta, della gestione del terreno, del lavoro e della conservazione del patrimonio olivicolo. Questi costi devono trovare una corrispondenza nella capacità del prodotto di distinguersi sul mercato.

Se l’origine è soltanto dichiarata, ma non adeguatamente verificabile, la sua forza competitiva può risultare indebolita.

Se invece l’origine è documentata, la filiera è ricostruibile e le informazioni sono sottoposte a controlli attendibili, diventa più facile costruire un rapporto di fiducia con gli acquirenti.

È questo il passaggio che considero fondamentale: trasformare la trasparenza da requisito amministrativo a fattore di competitività.

La tracciabilità può contribuire a differenziare i prodotti, a rafforzare la credibilità delle imprese corrette e a creare le condizioni affinché il mercato riconosca il valore delle produzioni autenticamente italiane.

Naturalmente, la tracciabilità non determina automaticamente un aumento dei prezzi. Il riconoscimento economico dipende anche dalla domanda, dall’organizzazione commerciale, dalla forza contrattuale dei produttori e dalle strategie della distribuzione.

Ma senza informazioni credibili sull’identità del prodotto, la valorizzazione dell’origine rischia di rimanere affidata soprattutto alla comunicazione commerciale.

Il DAO e il Passaporto dell’Olio Italiano

È proprio in questa prospettiva che considero utile mettere in relazione il DAO con la proposta del Passaporto dell’Olio Italiano che ho illustrato sul mio blog.

Le due iniziative non devono essere confuse: il DAO è uno strumento amministrativo e digitale per la tracciabilità delle movimentazioni; il Passaporto dell’Olio Italiano è una proposta più ampia, orientata a integrare le informazioni agricole, produttive, analitiche e digitali per costruire un’identità verificabile del prodotto.

Il DAO può rappresentare una componente utile di questa architettura, perché contribuisce a rendere ricostruibile la storia documentale delle partite di olive e di olio.

Il passo ulteriore consiste nel collegare progressivamente queste informazioni ai dati di produzione, alla trasformazione, all’identificazione dei lotti e alle verifiche scientifiche applicabili, secondo protocolli validati e nel rispetto delle norme vigenti.

L’obiettivo è creare una continuità verificabile tra l’oliveto, le olive raccolte, il frantoio, l’olio ottenuto e il prodotto commercializzato.

Un sistema di questo tipo potrebbe offrire vantaggi a tutti gli attori della filiera.

Per le autorità, una maggiore capacità di individuare incongruenze e orientare i controlli.

Per le imprese di trasformazione e confezionamento, informazioni più affidabili sulla provenienza delle materie prime.

Per la grande distribuzione organizzata, strumenti più solidi per qualificare gli acquisti e selezionare i fornitori.

Per i mercati internazionali, maggiori garanzie sull’identità del prodotto italiano.

Per il consumatore, la possibilità di conoscere meglio ciò che acquista.

E per l’olivicoltore, la prospettiva di vedere riconosciuto un elemento fondamentale della propria attività: la produzione di olive in Italia.

Più trasparenza anche nella conoscenza del mercato

Esiste, inoltre, una dimensione che merita di essere sviluppata.

Le informazioni sulla filiera possono diventare uno strumento di conoscenza economica del settore, purché siano trattate e utilizzate secondo criteri corretti, nel rispetto della riservatezza commerciale e della normativa applicabile.

Conoscere meglio i flussi di olive e olio, le quantità disponibili e le movimentazioni registrate può contribuire a migliorare la capacità di analizzare il mercato.

Questo tema è particolarmente rilevante in un comparto nel quale le giacenze, le importazioni, le dinamiche commerciali e le aspettative sulla nuova campagna possono incidere sensibilmente sulla formazione dei prezzi.

Occorre però distinguere due funzioni: la tracciabilità delle singole movimentazioni e la disponibilità di dati aggregati, tempestivi e rappresentativi per interpretare l’andamento del mercato.

La prima consente di ricostruire i flussi e supportare i controlli. La seconda, se adeguatamente sviluppata, può aiutare a comprendere meglio gli equilibri tra disponibilità, domanda e offerta.

Non significa che la disponibilità di maggiori informazioni determini automaticamente prezzi più remunerativi. Significa, piuttosto, che una migliore conoscenza dei fenomeni può contribuire a ridurre le asimmetrie informative e a rendere più consapevoli le decisioni degli operatori e delle istituzioni.

Anche sotto questo profilo, la digitalizzazione può diventare un investimento strategico per il comparto.

Una nuova politica per l’olio italiano

L’introduzione del DAO deve essere considerata un punto di partenza, non un punto di arrivo.

Occorre accompagnare questo passaggio con una verifica concreta della semplicità delle procedure, dell’efficacia dei controlli e della capacità dei dati raccolti di migliorare la conoscenza della filiera.

Soprattutto, è necessario inserire la digitalizzazione in una strategia più ampia di qualificazione del mercato.

L’Italia non può affidare la competitività della propria olivicoltura soltanto alla qualità riconosciuta del prodotto, né può continuare a intervenire sulle difficoltà delle imprese prevalentemente quando la crisi è già esplosa.

Deve costruire strumenti che consentano di dimostrare l’origine, tutelare le produzioni autentiche, rafforzare la fiducia degli acquirenti e creare condizioni più favorevoli per il riconoscimento del valore lungo la filiera.

Il DAO può contribuire a questo percorso. Il Passaporto dell’Olio Italiano può rappresentarne, nella prospettiva che ho proposto, un possibile sviluppo ulteriore.

Resta una condizione imprescindibile: la transizione digitale deve essere sostenibile per le imprese agricole e deve produrre benefici concreti, non soltanto nuovi obblighi.

Non abbiamo bisogno di una burocrazia più digitale. Abbiamo bisogno di un sistema più trasparente, più semplice e più capace di valorizzare il lavoro dei produttori.

Perché la tracciabilità è davvero utile quando non si limita a documentare il percorso di un prodotto, ma contribuisce a proteggerne l’identità e a rafforzarne la posizione sul mercato.

La trasparenza è il primo passo. La semplificazione è la condizione per renderla sostenibile. La valorizzazione economica dell’origine italiana deve essere il risultato a cui tendere.

È su questo terreno che si misura la capacità di trasformare l’innovazione amministrativa in una politica strutturale per il futuro dell’olivicoltura italiana.