Disoccupazione agricola, è tempo di cambiare.

 

Disoccupazione agricola, è tempo di cambiare: sostegno al reddito e politiche per il lavoro devono guardare al futuro

La mia intervista a Mondo Agricolo – settembre 2026

Il mercato del lavoro agricolo sta attraversando una trasformazione profonda. Le imprese hanno sempre più bisogno di lavoratori, spesso qualificati e disponibili con continuità, mentre in molti territori diventa difficile reperire manodopera adeguata alle esigenze produttive. È un paradosso solo apparente, che mette in evidenza quanto siano cambiati l’agricoltura italiana e il contesto economico nel quale operano le aziende.

Di questo tema ho parlato nell’intervista pubblicata sul numero di settembre 2026 di Mondo Agricolo, il mensile di Confagricoltura, nell’ambito di un approfondimento dedicato al rapporto tra sostegno al reddito, disoccupazione agricola e nuove esigenze occupazionali.

La questione che pongo è semplice, ma merita una riflessione approfondita: possiamo continuare a utilizzare strumenti di protezione sociale concepiti in una fase storica nella quale il problema principale era la mancanza di lavoro, mentre oggi molte imprese agricole non riescono a trovare i lavoratori di cui hanno bisogno?

La mia risposta è che occorre aprire una nuova stagione di riforme, senza mettere in discussione il diritto dei lavoratori alla tutela sociale, ma rendendo queste politiche più coerenti con le trasformazioni del settore.

Un’agricoltura profondamente cambiata

Per comprendere il problema bisogna partire dall’evoluzione delle imprese agricole.

Per decenni, la forte stagionalità delle produzioni, l’elevata intensità di lavoro manuale e la discontinuità dei rapporti occupazionali hanno caratterizzato una parte importante dell’agricoltura italiana. In quel contesto, la disoccupazione agricola ha rappresentato uno strumento essenziale di protezione sociale e di sostegno al reddito dei lavoratori nei periodi di mancata occupazione.

Quel sistema rispondeva a esigenze reali e ha svolto una funzione importante nella storia sociale ed economica delle campagne italiane.

Oggi, tuttavia, il quadro è profondamente mutato.

Accanto alle attività produttive tradizionali si sono sviluppate filiere più articolate, che comprendono trasformazione, confezionamento, logistica, commercializzazione, vendita diretta e servizi connessi all’agricoltura. In molti comparti, la programmazione produttiva, gli investimenti tecnologici e l’organizzazione delle imprese richiedono competenze specifiche e una presenza lavorativa più continuativa.

In particolare, nelle aree a forte vocazione orticola, florovivaistica e frutticola, il fabbisogno di manodopera può essere elevato e concentrarsi in periodi determinati, ma non per questo coincide necessariamente con un’assenza strutturale di opportunità occupazionali.

Il problema non è più soltanto la discontinuità del lavoro: è anche la difficoltà di far incontrare domanda e offerta, garantendo alle imprese le professionalità necessarie e ai lavoratori prospettive occupazionali concrete.

Ripensare la disoccupazione agricola senza indebolire le tutele

La disoccupazione agricola è un istituto che affonda le proprie radici nella legge 29 aprile 1949, n. 264, e nell’evoluzione successiva della legislazione di settore. Nel tempo ha accompagnato le peculiarità del lavoro agricolo, riconoscendo le difficoltà derivanti dalla stagionalità e dalla discontinuità occupazionale.

Non si tratta di negare il valore di questa funzione. Al contrario, la tutela del reddito resta essenziale per i lavoratori che attraversano periodi effettivi di mancata occupazione.

La riflessione deve riguardare, piuttosto, l’adeguatezza degli strumenti rispetto alle condizioni attuali del mercato del lavoro.

Un sistema di protezione sociale deve garantire sicurezza economica nei momenti di difficoltà, ma dovrebbe anche favorire, quando esistono opportunità concrete, il ritorno al lavoro, la continuità occupazionale e l’acquisizione di nuove competenze.

Il punto, quindi, non è contrapporre le esigenze delle imprese ai diritti dei lavoratori. È costruire un sistema nel quale queste esigenze possano trovare una sintesi più efficace.

Da una parte vi è il legittimo diritto del lavoratore a una protezione nei periodi di disoccupazione involontaria. Dall’altra vi è il diritto dell’impresa di poter programmare la propria attività e reperire manodopera disponibile, qualificata e regolarmente occupabile.

Una politica moderna deve tenere insieme entrambe le dimensioni.

Dalla compensazione della mancata occupazione alla promozione del lavoro

La proposta che sostengo è quella di superare una logica prevalentemente risarcitoria, orientando progressivamente le politiche del lavoro verso la promozione di nuove opportunità occupazionali.

Questo significa verificare se gli strumenti attuali siano sufficientemente capaci di accompagnare i lavoratori verso un nuovo impiego, valorizzando le competenze già acquisite e favorendo percorsi di riqualificazione professionale.

Significa anche interrogarsi sugli eventuali ostacoli economici, amministrativi e organizzativi che possono rendere poco conveniente o difficile il passaggio da un periodo di disoccupazione a un nuovo rapporto di lavoro.

La riforma dovrebbe svilupparsi lungo alcune direttrici fondamentali:

  • Incontro tra domanda e offerta: rafforzare i servizi di intermediazione e rendere più tempestiva la disponibilità di informazioni sui fabbisogni delle imprese e sulle competenze dei lavoratori.
  • Formazione e qualificazione professionale: promuovere percorsi formativi coerenti con le esigenze dell’agricoltura moderna, dalla gestione delle colture all’utilizzo delle tecnologie, fino alla sicurezza e alla logistica.
  • Continuità occupazionale: incentivare, dove le condizioni produttive lo consentono, la trasformazione di rapporti esclusivamente stagionali in percorsi lavorativi più stabili e continuativi.
  • Semplificazione amministrativa: rendere più agevoli le procedure di assunzione e gestione dei rapporti di lavoro, senza ridurre le garanzie previste dalla legge.
  • Contrasto al lavoro irregolare e al caporalato: rafforzare gli strumenti che favoriscono l’occupazione regolare, la trasparenza e il rispetto dei diritti.
  • Mobilità territoriale e incontro tra competenze: facilitare l’accesso dei lavoratori alle opportunità disponibili nei diversi territori, anche attraverso servizi adeguati e politiche di formazione mirate.
  • Coordinamento istituzionale: promuovere una collaborazione più efficace tra organizzazioni agricole, organizzazioni sindacali, istituzioni, INPS, Regioni e operatori della formazione.

Questi interventi non devono essere considerati misure isolate. Devono comporre una strategia organica, capace di collegare la protezione sociale alle politiche attive del lavoro e allo sviluppo delle imprese.

Il lavoro regolare deve diventare la scelta più conveniente

Uno dei principi da cui partire è che il lavoro deve rappresentare sempre una prospettiva economicamente conveniente e socialmente desiderabile.

Per raggiungere questo obiettivo occorre valutare con attenzione gli effetti concreti delle politiche esistenti. Non è sufficiente introdurre nuovi incentivi o modificare singole prestazioni: bisogna comprendere come i diversi strumenti interagiscono con le decisioni delle imprese e dei lavoratori.

La valutazione deve basarsi su dati verificabili, distinguendo le situazioni nelle quali la mancata occupazione è effettivamente inevitabile da quelle nelle quali esistono possibilità di reinserimento lavorativo.

In questa prospettiva, è necessario costruire meccanismi che accompagnino il lavoratore dalla fase di sostegno al reddito verso una nuova opportunità occupazionale, attraverso formazione, riqualificazione e servizi efficienti per l’impiego.

La protezione sociale non deve diventare un ostacolo alla ripresa del lavoro, ma neppure trasformarsi in uno strumento che trasferisca sui lavoratori le difficoltà organizzative delle imprese. L’obiettivo è una maggiore integrazione tra sicurezza del reddito e possibilità di occupazione.

Naturalmente, ogni eventuale revisione deve tenere conto delle specificità delle produzioni agricole, delle condizioni territoriali e della reale disponibilità di lavoro. Non tutte le interruzioni occupazionali possono essere eliminate e non ogni attività stagionale può essere trasformata in un rapporto continuativo.

Proprio per questo, la riforma deve essere costruita sulla conoscenza concreta delle filiere e non su modelli astratti.

Una questione che riguarda il futuro della competitività agricola

Il tema della disoccupazione agricola non può essere affrontato esclusivamente come una questione previdenziale o assistenziale. Riguarda direttamente la competitività delle imprese, la qualità dell’occupazione e la capacità dell’agricoltura italiana di affrontare le sfide dei prossimi anni.

La disponibilità di manodopera è una condizione essenziale per la continuità produttiva, così come lo sono la professionalità dei lavoratori, la sostenibilità economica delle assunzioni e la certezza delle regole.

Un’impresa che non riesce a reperire personale può essere costretta a ridimensionare la produzione, rinunciare a opportunità commerciali o incontrare difficoltà nell’organizzazione delle attività. Allo stesso tempo, un lavoratore che non riesce a costruire un percorso professionale sufficientemente stabile rischia di rimanere ai margini del mercato del lavoro.

Sono due problemi che devono essere affrontati insieme.

Per questo ritengo che la revisione delle politiche di sostegno al reddito debba inserirsi in una strategia più ampia di modernizzazione del lavoro agricolo, capace di valorizzare le competenze, favorire la regolarità dei rapporti occupazionali e rendere più efficiente l’incontro tra imprese e lavoratori.

È una responsabilità che richiede il coinvolgimento di tutti gli attori interessati e un confronto fondato sui dati, sulle esperienze delle aziende e sulle reali condizioni dei territori.

Il coraggio di riformare

La storia della disoccupazione agricola dimostra che le politiche sociali non possono essere considerate immutabili. Sono state introdotte per rispondere a condizioni economiche e sociali precise e, nel tempo, sono state adattate alle trasformazioni del settore.

Oggi ci troviamo di fronte a un’altra trasformazione, che richiede una nuova riflessione.

Non possiamo affrontare le esigenze dell’agricoltura contemporanea con strumenti pensati esclusivamente per un mercato del lavoro nel quale la principale criticità era la scarsità delle opportunità occupazionali.

Dobbiamo preservare le tutele necessarie, ma al tempo stesso costruire politiche capaci di sostenere l’occupazione, qualificare le professionalità e favorire la continuità lavorativa dove possibile.

È questa la direzione che considero necessaria: non meno protezione per chi lavora, ma politiche più efficaci per creare lavoro, favorire le assunzioni regolari e sostenere le imprese agricole.

Perché il paradosso con cui oggi dobbiamo confrontarci è evidente: in un’agricoltura che ha bisogno di lavoratori, non possiamo permetterci politiche del lavoro ferme al tempo in cui il problema principale era la mancanza di lavoro.

Ringrazio Gabriella Bechi per l’intervista e per l’attenzione dedicata a un tema centrale per il futuro delle imprese agricole e dei lavoratori del settore.

Sandro Gambuzza