
DICHIARAZIONE DI STOCCOLMA: RICOSTRUIRE L’AGRICOLTURA EUROPEA PER GARANTIRE SICUREZZA, SVILUPPO E SOSTENIBILITÀ
Dalla tutela del capitale naturale al rafforzamento della PAC: perché il futuro dell’agricoltura rappresenta una scelta strategica per l’Europa.
Una questione che riguarda il futuro dell’Europa
Il futuro dell’agricoltura europea non può essere affrontato come una questione esclusivamente settoriale, né può essere ridotto al confronto sulle risorse finanziarie destinate alla Politica Agricola Comune. Riguarda, più profondamente, il modello economico che l’Unione europea intende perseguire, la capacità di garantire la sicurezza alimentare dei propri cittadini e la possibilità di coniugare competitività, tutela delle risorse naturali e coesione territoriale.
È questo il significato che assume la Dichiarazione di Stoccolma, presentata dal Copa-Cogeca in occasione del Congresso degli Agricoltori europei, in programma in Svezia dal 14 al 16 ottobre 2026, con il titolo Ultima occasione per ricostruire l’agricoltura europea.
Il documento richiama le istituzioni dell’Unione a una scelta tempestiva e concreta, in una fase nella quale si stanno definendo le priorità politiche e finanziarie destinate a condizionare il futuro del settore primario. Il messaggio è chiaro: senza un’agricoltura economicamente solida, capace di produrre, investire e innovare, l’Europa rischia di compromettere una componente essenziale della propria sicurezza e della propria autonomia strategica.
Questa riflessione si inserisce in un contesto più ampio, nel quale la tutela del capitale naturale, la rigenerazione delle risorse e la revisione dei criteri con cui viene misurata la creazione di valore economico assumono un’importanza crescente. La crisi climatica, la perdita di biodiversità, il degrado dei suoli e la pressione sulle risorse idriche dimostrano che la prosperità economica non può essere separata dalle condizioni ambientali che la rendono possibile.
L’agricoltura si trova esattamente al centro di questa relazione. È un’attività produttiva che dipende direttamente dalla qualità delle risorse naturali, ma è anche uno dei principali strumenti attraverso i quali queste risorse possono essere gestite, conservate e valorizzate. Per tale ragione, la sua funzione non può essere valutata soltanto attraverso il valore commerciale degli alimenti prodotti o il peso della spesa pubblica che la sostiene.
La questione fondamentale è riconoscere che l’agricoltura costituisce un’infrastruttura economica, ambientale e sociale indispensabile per il futuro europeo.
La Dichiarazione di Stoccolma e la necessità di una svolta
Il richiamo contenuto nella Dichiarazione di Stoccolma è particolarmente significativo perché interviene in un momento cruciale per l’Unione europea. Le decisioni sul futuro bilancio comunitario, sulla configurazione della PAC e sulle priorità strategiche dell’Unione avranno conseguenze dirette sulla capacità delle imprese agricole di mantenere la propria competitività, affrontare le trasformazioni in corso e garantire continuità produttiva.
La richiesta avanzata dal Copa-Cogeca è quella di un intervento tempestivo, capace di restituire centralità all’agricoltura nelle politiche europee. Non si tratta soltanto di difendere un settore economico, ma di evitare che l’indebolimento della base produttiva agricola determini una crescente dipendenza dai mercati esteri, una perdita di valore nelle filiere e un progressivo impoverimento dei territori rurali.
Il titolo del documento, con il riferimento all’ultima occasione per ricostruire l’agricoltura europea, esprime una preoccupazione che va oltre le difficoltà contingenti. Costi di produzione elevati, instabilità dei mercati, pressione competitiva internazionale, cambiamenti climatici, complessità amministrativa e difficoltà di ricambio generazionale stanno mettendo alla prova la sostenibilità economica di numerose imprese.
A ciò si aggiunge una contraddizione che le politiche pubbliche devono affrontare: mentre all’agricoltura vengono richiesti contributi sempre più ampi alla tutela ambientale, alla sicurezza alimentare e alla resilienza territoriale, non sempre le imprese dispongono di condizioni economiche, finanziarie e normative adeguate per realizzare gli investimenti necessari.
La transizione non può essere costruita trasferendo sulle aziende agricole responsabilità crescenti senza assicurare strumenti proporzionati. Occorre, al contrario, riconoscere che la sostenibilità ambientale e quella economica sono dimensioni interdipendenti e che nessuna politica agricola può produrre risultati durevoli se trascura una delle due.
L’agricoltura come pilastro della sicurezza europea
La prima grande priorità indicata dalla Dichiarazione è rendere l’agricoltura un pilastro della sicurezza e della difesa europea.
Questa impostazione riflette una consapevolezza maturata con particolare evidenza negli ultimi anni: la sicurezza di una società non dipende esclusivamente dalla capacità di difendere i propri confini o di garantire l’approvvigionamento energetico. Dipende anche dalla possibilità di assicurare ai cittadini una disponibilità stabile di alimenti e di mantenere operative le filiere produttive in presenza di crisi geopolitiche, interruzioni commerciali o eventi climatici estremi.
La sicurezza alimentare costituisce quindi una componente essenziale dell’autonomia strategica europea. Ciò non significa perseguire un’autosufficienza assoluta o rinunciare al commercio internazionale, dal quale provengono materie prime, mezzi tecnici e opportunità commerciali importanti. Significa, piuttosto, evitare che l’Europa perda una parte significativa della propria capacità produttiva e diventi eccessivamente dipendente da approvvigionamenti esterni.
Un sistema agricolo forte consente di affrontare meglio le perturbazioni dei mercati, diversificare le fonti di approvvigionamento e preservare la continuità delle filiere. La sua funzione strategica riguarda inoltre l’occupazione, la trasformazione industriale, le esportazioni agroalimentari e la vitalità economica delle aree rurali.
La sicurezza alimentare, tuttavia, non si misura soltanto in termini di quantità prodotte. Richiede anche la disponibilità di risorse naturali, infrastrutture, energia, acqua e tecnologie necessarie per mantenere nel tempo la capacità produttiva.
È proprio questa interdipendenza a rendere indispensabile una visione integrata dell’agricoltura: la tutela dell’ambiente, la sicurezza degli approvvigionamenti e la competitività non sono obiettivi alternativi, ma condizioni che devono rafforzarsi reciprocamente.
Una PAC forte, comune e adeguatamente finanziata
Il futuro della Politica Agricola Comune rappresenta uno dei nodi centrali del confronto europeo.
Massimiliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e del Copa, ha ribadito a Stoccolma la necessità che la PAC rimanga una politica realmente comune, dotata di un bilancio dedicato, senza tagli e con un adeguamento all’inflazione. Le decisioni sul futuro bilancio dell’Unione determineranno, secondo il presidente, la capacità dell’Europa di nutrire i propri cittadini, sostenere i territori rurali e mantenersi sicura, competitiva e resiliente in un contesto internazionale sempre più incerto.
Il richiamo è sostanziale. Una politica agricola non può essere giudicata soltanto sulla base delle risorse che assorbe, ma deve essere valutata in relazione ai risultati economici e sociali che contribuisce a generare.
La PAC sostiene la capacità produttiva delle imprese, accompagna gli investimenti, contribuisce alla stabilità dei redditi e concorre al mantenimento di un tessuto imprenditoriale diffuso. Le sue funzioni si estendono alla sicurezza alimentare, alla gestione del territorio e alla vitalità delle comunità rurali.
Se le risorse vengono ridotte in termini reali mentre aumentano i costi di produzione e le responsabilità richieste agli agricoltori, il rischio è quello di indebolire progressivamente la capacità delle aziende di investire e affrontare le trasformazioni necessarie.
La richiesta di un bilancio adeguato non deve essere interpretata come una difesa indiscriminata della spesa pubblica. Deve essere accompagnata da un utilizzo efficiente delle risorse, dalla valutazione dei risultati e dalla capacità di orientare gli interventi verso obiettivi verificabili. Ma l’efficienza non può diventare il pretesto per ridurre le risorse senza una valutazione delle conseguenze sulle imprese e sulle filiere.
Altrettanto importante è preservare il carattere comune della PAC. Una sua eccessiva frammentazione in strumenti nazionali rischierebbe di accentuare le differenze tra gli Stati membri, generare distorsioni concorrenziali e indebolire il funzionamento del mercato unico.
La diversità dell’agricoltura europea richiede flessibilità nell’attuazione, non la rinuncia a una strategia comune. Le differenti condizioni pedoclimatiche, le strutture aziendali e le specializzazioni produttive devono essere riconosciute all’interno di un quadro europeo coerente, capace di garantire condizioni di concorrenza equilibrate.
La PAC, in definitiva, non è soltanto uno strumento di sostegno al reddito agricolo. È una delle politiche attraverso le quali l’Europa decide come distribuire responsabilità, opportunità e risorse tra i propri territori.
Competitività, mercati e reciprocità delle regole
La Dichiarazione pone inoltre l’accento sulla necessità di considerare l’agricoltura un pilastro della competitività europea e di rafforzare gli strumenti per ampliare i mercati.
Il settore primario non può essere considerato esclusivamente un destinatario di aiuti. È il primo anello di filiere che coinvolgono l’industria alimentare, la logistica, il commercio, la ricerca, la distribuzione e i servizi. La sua capacità di creare valore condiziona la competitività dell’intero sistema agroalimentare europeo.
Per rafforzarla occorre intervenire su più fronti. Sono necessari investimenti in innovazione, accesso alle tecnologie, infrastrutture efficienti, strumenti finanziari adeguati e politiche commerciali capaci di sostenere l’apertura dei mercati senza esporre le imprese a condizioni di concorrenza squilibrate.
Il commercio internazionale rimane una componente essenziale dello sviluppo agroalimentare, ma deve fondarsi su regole trasparenti e su condizioni di concorrenza che non penalizzino sistematicamente i produttori europei. Quando alle imprese comunitarie vengono richiesti standard elevati in materia ambientale, sanitaria e produttiva, è necessario assicurare controlli efficaci sulle importazioni e una reale comparabilità delle condizioni di accesso al mercato.
La reciprocità non deve essere intesa come una chiusura commerciale, ma come un principio di equità competitiva. L’Europa deve poter valorizzare la qualità delle proprie produzioni e le garanzie offerte ai consumatori senza compromettere la redditività delle imprese che sostengono i relativi costi.
Anche la disciplina dei rapporti lungo le filiere assume un’importanza determinante. La creazione di valore non può tradursi in una distribuzione squilibrata del reddito, nella quale la componente agricola rimane esposta alla volatilità dei costi e dei prezzi senza un adeguato potere contrattuale.
Una strategia di competitività deve pertanto considerare non soltanto l’accesso ai mercati, ma anche la capacità delle imprese di ottenere una remunerazione coerente con i costi sostenuti e con il valore dei prodotti.
Il capitale naturale come fattore produttivo strategico
La riflessione sul futuro dell’agricoltura deve necessariamente comprendere il valore del capitale naturale.
Suolo, acqua, biodiversità e stabilità climatica non sono elementi esterni all’economia agricola. Sono le condizioni fondamentali che consentono alle imprese di produrre alimenti e mantenere nel tempo la propria capacità produttiva.
La fertilità del suolo influenza le rese e l’efficienza nell’utilizzo dei fertilizzanti; la disponibilità idrica condiziona le colture e la stabilità dei risultati produttivi; la biodiversità contribuisce al funzionamento degli ecosistemi e alla resilienza dei sistemi agricoli. La degradazione di queste risorse determina conseguenze economiche dirette, attraverso l’aumento dei costi, la riduzione delle rese e l’incremento dei rischi aziendali.
Per questa ragione, la tutela ambientale non può essere considerata una funzione contrapposta alla produzione. È una condizione necessaria per la continuità della produzione stessa.
Il problema emerge quando il valore economico delle risorse naturali non viene adeguatamente riconosciuto nelle decisioni pubbliche e private. Un’impresa può essere chiamata a sostenere investimenti per conservare il suolo, risparmiare acqua o tutelare la biodiversità senza ricevere una remunerazione proporzionata ai benefici generati per la collettività.
Questo squilibrio deve essere affrontato attraverso strumenti economici e istituzionali adeguati. La valutazione dei servizi ecosistemici, gli incentivi per gli investimenti ambientali e gli strumenti di remunerazione dei benefici pubblici possono contribuire a integrare la conservazione del capitale naturale nelle strategie aziendali.
Non si tratta di attribuire necessariamente un prezzo di mercato a ogni elemento della natura, ma di impedire che risorse indispensabili vengano considerate economicamente irrilevanti soltanto perché i loro benefici non si manifestano immediatamente nei prezzi dei prodotti.
L’agricoltura svolge, in questo ambito, una funzione essenziale. Le imprese agricole possono contribuire alla conservazione della fertilità dei suoli, alla gestione delle risorse idriche, alla tutela del paesaggio e alla manutenzione del territorio. Ma perché questa funzione sia durevole, occorre che le aziende dispongano di condizioni economiche che consentano di sostenere gli investimenti necessari.
La transizione ambientale non può quindi fondarsi esclusivamente su obblighi e restrizioni. Deve essere accompagnata da innovazione, conoscenze scientifiche, incentivi e una distribuzione equilibrata dei costi e dei benefici.
Dalla sostenibilità all’economia rigenerativa
Il passaggio verso un’economia rigenerativa offre una prospettiva importante per superare la contrapposizione tra crescita economica e tutela ambientale.
Un sistema produttivo realmente sostenibile non deve soltanto limitare gli effetti negativi sull’ambiente, ma deve anche contribuire a conservare e, dove necessario, ripristinare le risorse dalle quali dipende la prosperità futura.
In agricoltura, questo obiettivo richiede soluzioni differenziate, coerenti con le caratteristiche dei territori e fondate sulla ricerca scientifica. Non esiste un unico modello produttivo applicabile indistintamente a tutte le aziende, perché le condizioni pedoclimatiche, le colture, le dimensioni aziendali e le disponibilità finanziarie determinano esigenze differenti.
L’agricoltura di precisione, le tecnologie per l’irrigazione efficiente, il miglioramento della sostanza organica del suolo, la valorizzazione dei sottoprodotti, la digitalizzazione e le energie rinnovabili possono contribuire a migliorare l’efficienza nell’impiego delle risorse e rafforzare la resilienza delle imprese.
L’innovazione, tuttavia, non si realizza attraverso la sola disponibilità di tecnologie. Richiede capitali, competenze, infrastrutture e un quadro normativo sufficientemente stabile da consentire alle aziende di programmare gli investimenti.
Per questo la possibilità di rafforzare la produttività, richiamata dalla Dichiarazione di Stoccolma, deve essere considerata una condizione essenziale anche per la transizione ambientale. Un’impresa che non dispone di redditività e capacità finanziaria difficilmente potrà sostenere i costi di trasformazione necessari.
Produttività e sostenibilità devono essere perseguite congiuntamente, evitando di ridurre la prima a un semplice aumento dei volumi prodotti. La produttività del futuro dovrà esprimere anche una maggiore efficienza nell’utilizzo di acqua, energia e altri fattori produttivi, una migliore gestione dei rischi e una più elevata capacità di generare valore lungo la filiera.
Semplificazione e libertà di investire
Un altro elemento essenziale riguarda la semplificazione della PAC e delle procedure amministrative.
La complessità regolatoria rappresenta un costo economico che incide in modo particolare sulle imprese di dimensioni più contenute e su quelle che operano in contesti territoriali difficili. Adempimenti sovrapposti, incertezza interpretativa e tempi autorizzativi eccessivi possono rallentare gli investimenti e sottrarre risorse alla gestione produttiva.
Semplificare non significa rinunciare alla tutela ambientale o alla qualità dei controlli. Significa costruire un sistema nel quale gli obblighi siano chiari, proporzionati e coerenti con i risultati attesi, riducendo le duplicazioni e garantendo tempi certi.
Questa esigenza è particolarmente evidente nel campo delle energie rinnovabili, dell’efficienza energetica e della gestione dell’acqua. In una fase caratterizzata da elevata volatilità dei costi, la possibilità di investire in tecnologie per la produzione energetica, il risparmio idrico e l’automazione può incidere direttamente sulla competitività delle aziende.
Le istituzioni devono pertanto creare condizioni che favoriscano gli investimenti produttivi, garantendo al contempo una corretta pianificazione territoriale e la protezione delle risorse naturali.
La semplificazione deve diventare una politica di sviluppo, non soltanto una revisione formale delle procedure. Il suo obiettivo è liberare capacità imprenditoriale, accelerare l’innovazione e rendere concretamente accessibili alle aziende gli strumenti disponibili.
Il valore economico e sociale dei territori rurali
L’agricoltura contribuisce alla vitalità dei territori attraverso la produzione alimentare, l’occupazione, gli investimenti e il mantenimento di attività economiche diffuse. In molte aree rurali, la presenza delle imprese agricole rappresenta una condizione essenziale per la continuità delle filiere, la conservazione del paesaggio e la tenuta delle comunità locali.
Quando un’impresa cessa l’attività, le conseguenze possono estendersi ben oltre il perimetro aziendale. Si riduce la domanda di servizi, si indeboliscono le relazioni commerciali, diminuiscono le opportunità occupazionali e può aumentare il rischio di abbandono dei terreni.
Questi effetti sono particolarmente rilevanti nei territori esposti alla siccità, all’erosione, agli incendi e al dissesto idrogeologico. In tali contesti, la continuità dell’attività agricola può concorrere alla gestione del territorio, purché sia accompagnata da pratiche adeguate e da investimenti mirati.
Il futuro delle aree rurali dipende pertanto dalla possibilità di mantenere imprese economicamente vitali, attrarre giovani imprenditori e garantire l’accesso a innovazione, infrastrutture e servizi.
La PAC deve contribuire a questo obiettivo attraverso una visione integrata, capace di collegare produzione agricola, competitività, tutela ambientale e coesione territoriale.
La diversità dell’agricoltura europea non rappresenta un ostacolo da uniformare, ma una risorsa da valorizzare. Le politiche devono riconoscere le specificità produttive dei territori e offrire strumenti adeguati alle diverse condizioni operative, senza compromettere l’unità del quadro europeo.
La responsabilità delle istituzioni europee
La Dichiarazione di Stoccolma è stata trasmessa al presidente del Consiglio europeo, António Costa, alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola.
Il coinvolgimento dei vertici delle istituzioni europee evidenzia la dimensione politica delle richieste avanzate dagli agricoltori. Il futuro del settore primario non può essere affidato esclusivamente agli strumenti della PAC, perché coinvolge anche le politiche commerciali, energetiche, industriali, ambientali e finanziarie dell’Unione.
Il Congresso si svolge in coincidenza con la riunione del Consiglio europeo, in una fase nella quale vengono discusse le priorità dell’UE. È quindi essenziale che le decisioni sul futuro bilancio comunitario siano accompagnate da una valutazione complessiva delle conseguenze che produrranno sulla capacità produttiva e sulla sicurezza alimentare.
La credibilità delle istituzioni si misurerà nella coerenza tra gli obiettivi dichiarati e gli strumenti effettivamente messi a disposizione delle imprese.
Non è possibile chiedere all’agricoltura di essere contemporaneamente competitiva, sostenibile, innovativa e garante della sicurezza alimentare senza assicurare un contesto nel quale gli investimenti siano economicamente praticabili e le regole sufficientemente stabili.
La transizione richiede responsabilità condivise. Le imprese devono poter innovare e migliorare le proprie prestazioni; le istituzioni devono garantire politiche coerenti, strumenti finanziari adeguati e condizioni di concorrenza equilibrate; il mercato deve riconoscere il valore delle produzioni e dei servizi generati lungo le filiere.
Conclusioni – Ricostruire l’agricoltura significa investire nel futuro europeo
La Dichiarazione di Stoccolma pone una questione che non riguarda soltanto il presente degli agricoltori, ma il futuro dell’intero progetto europeo.
L’agricoltura deve essere riconosciuta come un pilastro della sicurezza alimentare, della competitività e della resilienza dell’Unione. Per svolgere questa funzione, ha bisogno di una PAC realmente comune, di un bilancio adeguato, di strumenti capaci di sostenere gli investimenti e di una semplificazione che renda le politiche concretamente accessibili alle imprese.
Al tempo stesso, il futuro della produzione agricola dipende dalla conservazione del capitale naturale. Suolo, acqua, biodiversità e stabilità climatica sono risorse essenziali, la cui tutela deve diventare parte integrante delle strategie produttive e delle politiche economiche.
Non vi è contraddizione tra un’agricoltura competitiva e un’agricoltura sostenibile, purché la transizione venga costruita attraverso innovazione, conoscenza scientifica, strumenti economici adeguati e riconoscimento del valore generato dalle imprese.
La vera sfida per l’Europa consiste nel superare una visione nella quale la produzione agricola, la tutela ambientale e la sicurezza alimentare vengono affrontate attraverso politiche separate, talvolta contraddittorie. Occorre invece una strategia unitaria, capace di riconoscere le interdipendenze tra economia, territorio e risorse naturali.
Le decisioni che verranno assunte sul bilancio europeo e sulla PAC avranno un peso determinante. Non riguarderanno soltanto la distribuzione delle risorse pubbliche, ma la capacità dell’Unione di mantenere una propria base produttiva, sostenere i territori rurali e affrontare le crisi future senza compromettere la propria autonomia.
Ricostruire l’agricoltura europea significa, dunque, rafforzare le fondamenta economiche, ambientali e sociali dell’Europa. Significa riconoscere che la produzione di alimenti, la conservazione del territorio e la creazione di valore non sono obiettivi alternativi, ma componenti di una medesima responsabilità verso i cittadini e le generazioni future.
L’Europa non può chiedere all’agricoltura di garantire il proprio futuro senza investire, a sua volta, nel futuro dell’agricoltura.