
Carburanti, clima e logistica: la tempesta perfetta che mette in difficoltà le imprese agricole e rischia di compromettere il valore del lavoro nei campi.
Oggi, 21 ottobre, sono intervenuto in diretta alla trasmissione IL PUNTO del Sole 24 Ore TV, in qualità di vicepresidente di Confagricoltura, per affrontare una questione che va ben oltre l’aumento del prezzo dei carburanti: la crescente difficoltà delle imprese agricole a produrre, raccogliere e collocare sul mercato le proprie produzioni in condizioni economicamente sostenibili.
Il problema è che le aziende agricole si trovano oggi a fronteggiare una combinazione di fattori negativi che si rafforzano a vicenda: l’aumento dei costi di produzione, gli effetti di un clima sempre più estremo e le criticità della logistica e dei trasporti.
Tre emergenze che, sommate, possono trasformare un raccolto in una perdita economica.
Il caro carburanti è soltanto la punta dell’iceberg
Il carburante è un fattore essenziale per l’agricoltura. Serve per preparare i terreni, effettuare le lavorazioni, irrigare, raccogliere e movimentare i prodotti. Ogni aumento incide direttamente sui costi aziendali, soprattutto nelle produzioni che richiedono un elevato impiego di macchine e operazioni in campo.
Ma il caro carburanti non è un problema isolato. Si inserisce in un quadro più ampio di rincari che coinvolge l’intera struttura dei costi agricoli.
Per un’impresa che opera con margini spesso ridotti, assorbire ulteriori aumenti non è sempre possibile. E quando il prezzo di vendita non cresce in misura proporzionale ai costi, la redditività si comprime fino a mettere a rischio la sostenibilità stessa dell’attività.
Non possiamo continuare a chiedere alle aziende agricole di produrre alimenti di qualità, garantire sicurezza alimentare e presidiare il territorio senza riconoscere che tutto questo ha un costo.
Il clima estremo mette a rischio raccolti e redditività
A pesare sulle imprese agricole ci sono anche gli effetti di un clima sempre più difficile da gestire.
Un’estate torrida può compromettere le rese, aumentare il fabbisogno irriguo, alterare i calendari di maturazione e rendere più complessa la programmazione delle operazioni colturali.
L’agricoltura è esposta direttamente agli eventi climatici: non può trasferire la produzione altrove, né recuperare facilmente ciò che una stagione sfavorevole ha compromesso.
Per questo servono investimenti in infrastrutture irrigue, strumenti di gestione del rischio, innovazione tecnologica e politiche capaci di sostenere concretamente l’adattamento delle imprese.
La resilienza agricola non può essere soltanto uno slogan. Deve diventare una priorità economica e infrastrutturale.
Quando si ferma la logistica, il prodotto resta nei campi
C’è poi un altro elemento che rischia di aggravare ulteriormente la situazione: la logistica.
Le difficoltà nei trasporti e lo sciopero degli autotrasportatori possono compromettere il trasferimento dei prodotti dai campi ai centri di lavorazione, ai mercati e alla distribuzione organizzata.
Per i prodotti deperibili, il tempo è una variabile decisiva. Non sempre è possibile attendere che la situazione si normalizzi. Una finestra di raccolta persa, una consegna mancata o un ordine non evaso possono determinare danni economici irreversibili.
Il paradosso è che un’impresa può avere un prodotto pronto, di qualità e richiesto dal mercato, ma non riuscire a trasformarlo in ricavo.
In queste circostanze, ci sono aziende costrette a lasciare il prodotto nei campi o a distruggere produzioni che non è più possibile raccogliere o collocare commercialmente.
È una perdita che va oltre il valore del raccolto: dietro quel prodotto ci sono mesi di lavoro, investimenti, acqua, energia, carburanti, fertilizzanti e manodopera.
Il mercato che perdiamo oggi può diventare quello della concorrenza estera domani
Le conseguenze non si fermano alla singola azienda.
Quando un’impresa agricola non riesce a rispettare un ordine della grande distribuzione organizzata, il cliente deve trovare un’alternativa. E spesso quell’alternativa può essere un prodotto proveniente dall’estero.
Il rischio è evidente: noi sosteniamo i costi per produrre, ma finiamo per lasciare ad altri lo spazio commerciale che non riusciamo a servire.
Recuperare quei mercati non è sempre semplice. La continuità delle forniture, l’affidabilità commerciale e il rispetto dei tempi di consegna sono elementi essenziali per consolidare i rapporti con i clienti.
Una difficoltà temporanea può quindi produrre conseguenze che durano nel tempo, indebolendo la presenza delle produzioni italiane proprio nei segmenti in cui qualità, freschezza e origine rappresentano un valore competitivo.
È un tema che riguarda la sovranità alimentare, ma anche la capacità del nostro sistema produttivo di difendere le proprie quote di mercato.
A rischio anche il lavoro e l’occupazione agricola
Quando la raccolta si interrompe o diventa economicamente insostenibile, anche il lavoro ne subisce le conseguenze.
Le aziende possono essere costrette a sospendere le attività, rinunciare a giornate lavorative o ridurre l’impiego di manodopera. Per i lavoratori agricoli, per le famiglie e per i territori in cui l’agricoltura rappresenta una componente fondamentale dell’economia locale, si tratta di un problema concreto.
Si crea così una catena di effetti negativi: il prodotto non viene raccolto, l’impresa perde ricavi, gli ordini vengono dirottati altrove e diminuiscono le opportunità di lavoro.
Ecco perché non possiamo considerare questi problemi come emergenze separate. Carburanti, clima e logistica concorrono a determinare la capacità delle aziende agricole di restare sul mercato.
Servono risposte concrete e una visione di filiera
Di fronte a questa situazione occorre intervenire su più livelli.
È necessario contenere, per quanto possibile, l’impatto dei rincari energetici e dei carburanti sui costi delle imprese; rafforzare le infrastrutture idriche e gli strumenti di gestione del rischio climatico; migliorare l’efficienza e l’affidabilità della logistica, soprattutto per le produzioni deperibili.
Occorre inoltre promuovere un maggiore coordinamento tra produzione agricola, trasporti, industria di trasformazione e distribuzione, affinché le criticità di un anello della filiera non si traducano in perdite insostenibili per tutti gli altri.
Il confronto con la grande distribuzione organizzata deve valorizzare la continuità delle forniture e la qualità delle produzioni italiane, ma deve anche tenere conto delle condizioni reali in cui operano le imprese agricole.
Non si può chiedere all’agricoltore di garantire sempre il prodotto, indipendentemente dai costi, dal clima e dalle difficoltà di trasporto, senza riconoscere la necessità di condizioni economiche e organizzative sostenibili.
Difendere l’agricoltura significa difendere l’intera filiera agroalimentare
L’agricoltura non è un comparto isolato. È il primo anello di una filiera che genera valore, occupazione, esportazioni e sviluppo per il Paese.
Quando un’azienda agricola perde il proprio raccolto o un mercato, non perde soltanto l’agricoltore. Si indebolisce un sistema produttivo che coinvolge lavoratori, fornitori, trasportatori, trasformatori e distributori.
La competitività del made in Italy agroalimentare si costruisce anche così: mettendo le imprese nelle condizioni di produrre e consegnare, valorizzando il lavoro e impedendo che inefficienze e shock esterni distruggano valore lungo la filiera.
Il punto, quindi, non è soltanto quanto costa il carburante. È se il nostro sistema agricolo può continuare a produrre in modo economicamente sostenibile, affrontare gli effetti del cambiamento climatico e raggiungere il mercato senza perdere competitività.
Perché non basta avere un buon raccolto. Bisogna poterlo raccogliere, trasportare, vendere e remunerare adeguatamente.
Se non riusciamo a garantire queste condizioni, il rischio è che a pagare il prezzo più alto siano le imprese agricole italiane, mentre gli spazi lasciati liberi vengono occupati dalla concorrenza estera.
E questo è un costo che il nostro Paese non può permettersi.